La crisi emotiva

Tipologie e manifestazioni della crisi: tra urgenza e malinconia
Non sono tutte uguali, della stessa intensità e soprattutto della stessa durata. Le crisi emotive irrompono fulminee, si accompagnano a rabbia, improperi, pianto. Si risolvono molto rapidamente, come arrivano se ne vanno, in contrasto con la loro violenza.
Oppure si fanno strada senza far rumore, sfumano nella malinconia e non recedono nel giro di poco tempo.
La dinamica delle crisi acute: esplosione e rilascio di tensione
Nel primo caso, un evento particolare o un accumulo di fattori stressanti rompono temporaneamente l’equilibrio di difese che in genere sostengono nella vita. L’esplosione è un modo per scaricare la tensione e tornare a funzionare esattamente come prima.
Nulla si modifica dopo lo sfogo, che resta funzionale solo ai fini della liberazione dall’ingorgo di energia negativa compressa. La crisi di pianto, così come la crisi di rabbia hanno alla base rispettivamente un dolore o una frustrazione non risolvibili nel reale, che durano da tempo ma che il sistema di difese di solito gestisce in modo fin troppo efficiente.
Accade alle persone molto controllate ma allo stesso tempo estremamente emotive. Il conflitto di forze, permanente, può in determinate circostanze sbilanciarsi in favore dell’ondata emotiva. Gli argini si rompono ed esce tutto, in maniera torrenziale e disordinata. Spesso nel giro di pochi minuti le acque si calmano, e un senso di rilassamento subentra al nervosismo precedente. Se il tutto avviene in solitudine, lo sfogo non presenta particolari contro indicazioni. Se qualche oggetto è andato rotto o gli occhi sono troppo gonfi nessuno può giudicare.
L'impatto della crisi nelle relazioni e il valore del non giudizio
Quando però qualcuno assiste alla scena si possono creare situazioni relazionali complicate. In presenza di estranei o conoscenti si creano equivoci, imbarazzi, raffreddamenti.
Con le persone più intime invece il rischio è che la crisi impatti sul rapporto. A volte il familiare o il partner non capisce che si tratta di un momento di difficoltà personale e interpreta la scenata come un attacco. Questo perché la persona nel vortice della crisi perde il controllo anche sulla parola e può capitare che accusi il genitore, il figlio o il partner d’esser lui la causa dei suoi mali. Oppure, anche se non inveisce direttamente contro qualcuno, può comunque essere percepito come aggressivo e molesto. La relazione ne risente, in termini di logoramento.
Solo i legami molto solidi reggono bene le crisi e anzi, riescono a trasformarle in strumenti di conoscenza e di intimità con l’altro. La presenza non giudicante viene apprezzata da chi sta male. Ma anche chi assiste impotente alla scena può capire la fatica dell’altro in maniera diretta e cruda, senza giudizio. E limitarsi a esserci, a sopportare l’ira come un momento di passaggio, indice di fatica e non di cattiveria o follia allo stato puro.
Bollare le crisi come momenti di pazzia di cui doversi vergognare o da evitare a tutti i costi non è una buona soluzione. Ognuno di noi nella vita ne ha avute e sa che cosa siano. Momenti in cui il dolore è l’assoluto protagonista, in cui la ragionevolezza viene accantonata per restituire un contatto autentico con la propria anima ferita.
Tentare di reprimere serve a poco.
Prevenire il crollo emotivo: l'importanza di ascoltarsi
In genere però prima di arrivare al parossismo ci si può accorgere che qualcosa non va. Un’insolita accelerazione, un ‘insofferenza maggiore del solito, un acciacco fisico, un mucchio di lavoro rimasto inevaso. Se ci si accorge di essere particolarmente sotto pressione si può decidere di fermarsi, proprio per non dover arrivare al momento di rottura e non doverne affrontare le conseguenze.
Si può ammettere di non farcela, d’essere di cattivo umore, di non avere le energie, di non trovarsi al top della forma, di provare un gran dolore. Così facendo non si nega il malessere, ma lo si accoglie prima che abbia bisogno di trasformarsi in un’acqua agitata per farsi prendere in considerazione.
Ci si può concedere il lusso di fermarsi. E se le circostanze non lo consentono ci si può ingaggiare in una riflessione più ampia su come si vive la propria vita. Sto lavorando troppo? Mi sono preso il tempo per elaborare quello che mi è successo? Come sto davvero? Sto bene o me la sto raccontando?
Di solito ascoltarsi è un buon metodo per mantenersi al di qua della linea sottile dello scoppio emotivo. Tuttavia esistono situazioni croniche in cui con la fatica bisogna conviverci, bisogna stringere i denti. Pena la caduta nel baratro. Problemi economici, responsabilità inderogabili, lutti, malattie, sono solo alcuni esempi di condizioni più o meno temporanee che chiamano alla resistenza, alla disciplina, al contenimento delle pulsioni, allo sforzo di volontà.
Lasciarsi andare rischia di confondersi con l’andare alla deriva, con l’arrendersi. Allora le difese vanno preservate, e la crisi accettata come momento di protesta, sacrosanto. Come espressione della propria umanità. Si può così riprendere in mano il proprio peso e rimettersi all’opera, sopportando la fatica, accettando la condizione esistenziale complessa in cui ci trova. Confidando nei piccoli momenti di sollievo, nei fattori compensatori presenti in ogni esistenza. Guardando a ciò che di buono continua ad esserci, nonostante tutto.
Crisi sorde e croniche: il coraggio del cambiamento profondo
Le crisi di lungo invece, quelle sorde, sono meno eclatanti ma più potenti, sia in senso negativo che positivo. Possono innescare stati di depressione cronica o cambiamenti costruttivi. Possono inchiodare in un sentimento luttuoso che non passa mai o essere utilizzati come stimoli per capire cosa non va e come fare a uscire dal circolo vizioso che genera oppressione.
Le crisi di questa natura, per portare da qualche parte, vanno attraversate e non spente attraverso la fuga o la normalizzazione. Purtroppo molte persone, quando si accorgono di scivolare in periodi di forte incertezza motivazionale, si precipitano a fare cose, a distrarsi, a trovare passatempi. L’attitudine all’adattamento però nega la radice dell’insoddisfazione, che così viene messa da parte ma non risolta. L’effetto di trascinamento impedisce alla situazione di risolversi, attraverso un atto che metta fine allo strazio.
Ad esempio una persona può, dopo un periodo di convincimento ed entusiasmo, non essere più convinta di un lavoro ben pagato e prestigioso. Entra in crisi. É demotivata, svogliata, spesso triste. Ma pensa di non poter far nulla, magari si accusa anche d’essere un’insoddisfatta cronica.
Si auto convince che il problema è in lei e non fuori, e così va avanti a suon di distrazioni e momenti “carini”. Il consumismo non di rado è una stampella che aiuta a non pensare e a non fare i conti con se stessi.
Così passano gli anni, ma dalla crisi non si esce mai. Ogni tanto l’insofferenza ritorna, e con essa tutte le razionalizzazioni per raccontarsi che va bene così, che tanto ormai, che cambiare è impossibile. Magari poi capita l’evento inatteso di un licenziamento. La decisione, arrivata da fuori, getta questa persona forzatamente nel turbinio di emozioni negative che cercava di evitare. Nel caos inizia a mobilitare energie nuove e piano piano si accorge di non essere più triste, di non avere più quel peso sul cuore.
Capisce allora che se avesse trovato prima il coraggio di mandare tutto all’aria, avrebbe perso meno tempo. Avrebbe patito di più certo, ma avrebbe attraversato quella fatica e ne sarebbe uscita con un senso rinnovato di sé. Con la leggerezza di chi si comporta in accordo alle sue parti profonde e non contro di esse, per magari adattarsi alle aspettative di non si sa bene chi.
Chi sono e cosa voglio veramente: trasformare la crisi in desiderio
Allenarsi ad ascoltare i messaggi delle crisi le fa vedere sotto un’altra luce. Non quella del “cos’ho, cosa mi succede” ma quella del “chi sono e cosa voglio veramente”. La malinconia e lo stato simil depressivo non sono mali assoluti ma relativi, che chiunque incontra nella vita.
Diventano cronici se non li si vuole prendere sul serio, se li si si vuole rimuovere come stati fastidiosi, se ci si ostina a vivere secondo comodità e non secondo desiderio. É più faticoso provare a essere felici? É meno remunerativo, meno desiderabile per gli altri? Assolutamente si. Ma è necessario per noi, se aspiriamo a respirare, a trovare un nostro equilibrio.
Cambiare comporta sfide, momenti duri, incertezze. Se non è frutto di un capriccio, di una voglia momentanea e tutto sommato senza valore, alla lunga compensa con un sentimento profondo di serenità.
Rinunciare è la via più facile. Che però cristallizza la crisi come un “eterno ritorno dell’uguale”. Il richiamo interiore, non ascoltato, non si tacita più. L’Io lo controlla, o si illude di farlo, rimandando, una, due, tre, infinite volte. Fino all’amara constatazione dell’occasione mancata, perduta per sempre.