La rigidità mentale
La rigidità mentale raramente è portata direttamente in seduta come un sintomo che fa sorgere domande e interrogativi su se stessi.
La rigidità mentale come barriera verso l’inconscio
Essa può addirittura non venir mai problematizzata a fondo, nella misura in cui si profila come uno strumento difensivo (rispetto a un’angoscia sottostante) ormai divenuto insostituibile.
La rigidità mentale è dunque una difesa psichica, il che significa che da una parte fa da barriera all’irruzione nella psiche di esperienze e contenuti di natura inconscia emotivamente intensi/spiacevoli/incompatibili con l’idea di sè (garantendo un equilibrio apparente), dall’altra impoverisce in maniera importante la comprensione di se stessi e del mondo (limitando le possibilità conoscitive, espressive e vitali).
Tale difesa può connotare l’intera personalità (come ad esempio nella nevrosi ossessiva) oppure può limitarsi ad alcune aree (tipo la sessualità) sotto forma di inibizione. Nel secondo caso essa può più facilmente risolversi, perché residua una conflittualità fra desiderio e interdizione potenzialmente risolvibile in senso vitalistico.
La rigidità come difesa non va tuttavia confusa con la fermezza dell’Io. Ognuno di noi infatti ha bisogno di un “Io strutturato” e funzionante che lo orienti nella vita, che, per intendersi, impedisca atti o dipendenze palesemente nocivi per la propria integrità
Capire il confine fra un “Io forte” e un “Io rigido” non è semplicissimo, ma esiste un criterio abbastanza universale che può aiutare a fare chiarezza.
Un Io forte non patologicamente rigido si lascia contaminare da emozioni, pulsioni e desideri. È un Io che mantiene un ponte di collegamento con la mente inconscia, che lavora in sinergia e non contro gli aspetti non controllabili della vita emotiva e mentale.
L’Io forte si lascia stupire, incuriosire, è curioso e può convivere con la paura dell’ignoto. A volte l’incontro con le passioni ingenera tempeste che scuotono l’Io e lo destabilizzano, ma la forza sta nell’attraversamento, nel sopravvivere, nel venirne fuori temprati e arricchiti.
L’Io rigido invece scava un fossato tra lui e le così dette passioni, giudicandole pericolose e da tenere a distanza tramite un controllo mentale ferreo. Questo perché, se esse bucassero tale barriera, l’Io stesso o perderebbe la propria coesione andando in frantumi (scompenso psichico, mental break down) oppure l’immagine ideale di sè e del mondo ne verrebbe distrutta.
La personalità ossessiva può nascondere strutture psichiche fragilissime (che proprio grazie alla rigidità si rinsaldano) oppure estremamente legate a un’idea di perfezione aurea, da perseguire a tutti i costi in se stessi e nel mondo.
Il giudizio è lo strumento principale utilizzato nella vita, per compiere scelte di ogni tipo (difficile se non impossibile è la sospensione del giudizio).
Il partner, il lavoro, gli amici sono scelti per le loro caratteristiche esteriori di desiderabilità piuttosto che per autentica, profonda sintonia. L’inconscio è tenuto alla larga a tutti i livelli, così che il conformismo di pensiero e d’azione finisce con lo spegnere ogni originalità e spinta vitale.
Non di rado l’affiorare di desideri incompatibili con l’ideale di impeccabilità produce un particolare accanimento contro questi ultimi, giudicati come sconvenienti e immorali. Essi, anziché essere accolti con curiosità, vengono sottoposti a un’opera sistematica di distruzione.
Come guarire?
Guarire non può accadere se l’adesione alla difesa è totale, se cioè non affiora nessun conflitto fra desiderio e difesa.
L’indecisione è già un buon segno, perché almeno denota l’esistenza di un conflitto, quindi di un dinamismo interiore che permette di elaborare le questioni e quindi di aumentare consapevolezza.
Quando prevale l’atteggiamento di diniego o quello del tipo “lo so che sono rigido ma sono così e mi va bene così” i margini di manovra sono davvero minimi.
Non è detto poi che le difese vadano sempre buttate giù. Per molti, come si diceva, un pensiero graniticamente attaccato all’idea assoluta di giustizia è la salvezza rispetto a crisi altrimenti insostenibili.
In generale, chi si accorge di avere un eccessivo attaccamento a un ideale di coerenza e perfezione, è già su una buona strada. Può cominciare così una ricerca dei perché, che spesso porta indietro nel tempo.
Nell’infanzia può essersi creata la connessione fra amabilità e perfezione, incentivata magari da genitori a loro volta in difficoltà con la complessità della loro psiche.
Addentrarsi in questi territori aiuta sicuramente a ricostruire un senso storico alla base delle difficoltà attuali, ampliando la coscienza di chi si è stati e di chi si è veramente.
Inoltre la psicoterapia, mettendo in contatto con l’autenticità del sentire, rende le rigidità via via superflue. Il percorso psicoterapeutico, svelandoci la nostra imperfezione, alla fine ce la fa amare.
Questo vedersi, se coincide con un accettarsi, apre la strada affinché il vissuto acquisti bellezza e senso così come è, senza più i tormenti della coscienza che vorrebbe incasellare tutto in schemi ideali, solidi e permanenti.
La ferocia verso il supposto “gap” da colmare decade, con conseguente abbandono al flusso vitale, al gusto autentico, all’osservazione senza giudizio, all’accoglienza, persino alla possibilità di concedersi il lusso di rifiutare ciò che “dovremmo” volere (perché “perfetto” ) per trovare la nostra unica, originale e imperfetta via.