La gabbia dell’iper razionalità
Per iper razionalità si intende la tendenza ad affidarsi completamente al ragionamento logico quando si ha a che fare con situazioni che implicano intuizione, coscienza di sè e contatto con la parte emotiva più profonda.
Tale uso della logica, ottimo per risolvere problemi di natura astratta, non si adatta però ai problemi e ai dilemmi che presenta la vita, non risolvibili pienamente ignorando ciò che si è al di là di ciò che si vorrebbe essere.
Alcuni problemi dell’eccesso di razionalità
Riconoscere il desiderio vero (altra cosa rispetto ai desideri superficiali, alle velleità e e ai colpi di testa) è un atto che prescinde dal calcolo razionale, e può esporre a dei rischi che sono tali soprattutto se visti dal punto di vista del mantenimento del controllo.
La persona iper razionale infatti non ama sbagliare, non tollera l’errore, non riuscendo a trarne un insegnamento che possa orientare successivamente. L’errore è considerato soprattutto come un insuccesso, come una pecca o un luogo di perdizione, pertanto la possibilità del suo verificarsi in moltissime circostanze spaventa al punto tale da bloccare ogni azione.
Lo stallo decisionale in realtà però è già una decisione. Gli esseri umani non possono sottrarsi dal decidere, nella misura in cui non sono immuni dallo scorrere del tempo. L’indecisione si traduce operativamente nel restare in panchina, portando ad accomodarsi in una condizione insoddisfacente ma molto comoda e rassicurante. Viene parallelamente coltivata l’illusione (destinata allo scacco) di una futura scesa in campo, rimandata all’infinito.
Nel frattempo, un “frattempo” che può durare tutta la vita, prevale il vivacchiare, accompagnato dalla rimuginazione, dallo scontento e dalla depressione. Tutto apparentemente funziona. La vita viene scandita da una qualche routine, un qualche lavoro, gli svaghi o una specie di relazione salvano le apparenze. Ma interiormente nulla è a posto.
Eppure per l’iper razionale il senso di sconfitta interiore, la sofferenza e l’insoddisfazione non costituiscono una spinta sufficiente per muoversi, per tentare di cambiare davvero le cose, per individuare una via che sia quella e sporcarsi conseguentemente le mani per raggiungere almeno un obiettivo concreto in linea con il proprio essere più autentico.
L’attività preferita diventa il rimpianto delle possibilità perdute, possibilità a volte nemmeno reali ma frutto di vagheggiamenti. L’iper razionale può ritrovarsi talmente sconnesso dalla coscienza di sé stesso da attribuirsi talenti che non possiede davvero. Può arrivare fino a convincersi di essere un artista mancato o un personaggio incompreso, anche quando nulla è più lontano da lui di un vero talento artistico. Il suo talento reale, le sue vere potenzialità e possibilità, diverse da quelle anelate, non le vede, le rifiuta perché incompatibili con l’immagine ideale di sé.
Iper razionalità e problematiche narcisistiche
Spesso infatti l’eccesso patologico di razionalità si unisce a problematiche narcisistiche di una certa rilevanza. Il narcisismo diventa patologico quando impedisce una chiara visione di sé stessi, pregi e difetti inclusi.
La persona iper razionale, mantenendosi sistematicamente al di qua della prova di realtà, restando perennemente nella zona di confort, evitando l’errore e quindi l’impatto con la verità impietosa del reale, finisce per credere di essere ciò che non è, coltivando una grandiosità che lo manda fuori strada rispetto al contributo che potrebbe realmente dare su questa terra.
Rispetto alla tipologia di narcisista talentuoso di successo, in contatto con sé stesso e dunque in grado di gettarsi nella vita assumendosi dei rischi e realizzando opere, il narcisista iper logico resta nello stagno della mediocrità, perché la sua grandiosità non si basa su fatti concreti, sulla passione, sullo spendersi, sul mettersi alla prova, ma su idee del tutto astratte.
Di solito si tratta del classico ex studente bravo in tutte le materie ma privo di quel quid che lo porta a sviluppare un’originalità specifica, proprio perché non in grado o in difficoltà a sintonizzarsi su quelle frequenze emotive necessarie a tramettere intensità e autenticità.
Il suo campo di eccellenza può essere l’ambito scientifico, dove la logica la fa da padrone, ma anche questo non è detto. A volte poi non c’è nemmeno nessuna eccellenza ma solo una buona attitudine che con l’adeguato esercizio può dare frutti apprezzabili e soddisfazioni personali.
Pure in campo amoroso il narcisismo di questo tipo non aiuta, non solo per via di una non spiccata empatia verso i bisogni dell’altro, ma anche a causa della sistematica individuazione di problemi irrisolvibili in un rapporto davvero coinvolgente. Viene così nei fatti preferita una relazione insignificante, che non emoziona, non mette in discussione e rinsalda la grandiosità rispetto ad un’esplorazione di sé tramite l’altro davvero conoscitiva.
La terapia dell’iper razionalità e le sue difficoltà
La cura di questi casi va frequentemente incontro a impasse consistenti, date dai limiti stessi dello strumento della psicoterapia. La parola infatti aggancia profondamente chi ha già dimestichezza con il linguaggio delle emozioni.
Ma chi si ritrova bloccato a livello emotivo tende ad usare il linguaggio non tanto per elaborare questioni nel subconscio quanto per esercitare dei ragionamenti logico deduttivi, che in terapia danno luogo a sterili intellettualizzazioni che non bucano la ripetizione di loop sintomatici.
Parlare in queste situazioni collude con i sintomi stessi, per cui l’ossessività dilaga e invade anche lo spazio terapeutico. La mente del terapeuta può annebbiarsi, narcotizzata dai vari “se” e “ma” snocciolati senza sosta durante le sedute.
Restare vivi e svegli sul lato del terapeuta è il primo passo, la condizione preliminare ad ogni lavoro possibile.
L’assenza di giudizio e una calda simpatia emotiva sono fondamentali perché si crei un’alleanza terapeutica con le parti sane e vive del paziente. Ma poi si tratta anche di testare se possono crearsi le condizioni perché si apra una breccia nel muro delle evidenze dell’iper razionalità.
Allora la terapia può rivelarsi un’avventura interessante: dallo spiraglio aperto può venir fuori finalmente qualcosa di dinamico e mobile, per riallacciare infine a ciò che sembrava irreversibilmente morto.