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Workaholism: quando il lavoro è una dipendenza

È difficile per un terapeuta incontrare direttamente un “dipendente da lavoro”. Coloro che sviluppano una dipendenza infatti sono talmente invischiati con l’oggetto della loro attenzione ossessiva, da non rendersi conto del proprio stato di malessere.

La dinamica del workaholism

È più facile dunque che in terapia si rechi spontaneamente  un familiare del “malato di lavoro”, oppure chi sviluppa un disagio perché non si adegua agli standard di un ambiente di lavoro che promuove e premia le condotte patologiche.

Il vero “workaholist”, sentendosi in pieno controllo e negando ogni percezione di “anormalità” nella propria condotta, arriva all’osservazione  di un terapeuta solo quando la sua situazione si è completamente scompensata. 

Nemmeno i vari sintomi psicosomatici, la rabbia perenne piuttosto che il logoramento delle relazioni lavorative e personali (dovuto al comportamento maniacale e all’asservimento ad un sistema malato) riescono a mandare in crisi.

Non di rado è l’abuso di qualche sostanza stupefacente in grado di aumentare le performance lavorative a far perdere via via il controllo e poi a portare ad un crollo totale e devastante. Oppure un insuccesso, la perdita del lavoro stesso possono condurre verso la disfatta psichica, in quanto eventi che scuotono le fragili fondamenta su cui si fonda l’esile impalcatura emotiva di questi soggetti.

Nella società in cui viviamo purtroppo certi comportamenti eccessivi nei confronti del lavoro sono valutati positivamente. 

Lavorare molto e con compiacebza verso le attese di chi detiene il potere infatti permette di raggiungere uno status socio economico desiderabile e di conseguenza una sorta di rispettabilità sociale (che per persone con autostima molto fragile può risultare il solo e unico valore da perseguire nella vita).

Inizialmente un malato di lavoro può essere semplicemente una persona che nutre un entusiasmo particolare verso ciò che fa.

 La sua particolare costituzione psicologica tuttavia, bisognosa di riconoscimenti e gratificazioni, non gli permette di resistere alle indebite pressioni del contesto lavorativo in cui è immersa e a quell’euforia tipica di certe professioni particolarmente sfidanti (imprenditoria, avvocatura, medicina ecc…)

Il lavoratore non patologico, semplicemente “entusiasta”,  si dedica con passione ed energia alla propria  attività lavorativa ma è in grado ad un certo punto di staccare e di preservare del tempo libero da dedicare alla famiglia, agli hobby e alle relazioni sociali. 

È e resta una persona completa, che non intende basare la misura di se stessa sulla propria attività professionale. L’identità resta ben distaccata dal ruolo lavorativo. Le insidie e le seduzioni legate ad un eccesso di adesività al ruolo le solo note e così si dimostra capace di arginare eventuali eccessi. 

Quale cura?

La psicoterapia è ricercata soprattutto da questa categoria di soggetti, che va incontro a crisi quando si ritrova nell’impossibilità di mantenere un buon equilibrio tra vita personale ed esigenze sempre più imperative del contesto di lavoro.

Analizzando la situazione in terapia emerge spesso il profilo di un ambiente di lavoro divenuto nel tempo particolarmente “tossico”, vivibile soltanto a condizione di una cieca ed acritica adesione ai così detti “valori” aziendali.

Le richieste non si limitano più soltanto alla performance lavorativa e all’implicita richiesta di lavorare indefessamente oltre orari “umani”. Le  persone raccontano di pressioni più subdole, legate al “mostrare” fedeltà indiscussa sia verso la “vision” della classe dirigente, (totalmente identificata al ruolo) che nei confronti della “missione” lavorativa.

Tutto ciò operativamente si traduce nella necessità di partecipare sempre comunque a momenti aggregativi futili, spesso cruciali soltanto ai fini della conta dei presenti e degli assenti e del compattamento del gruppo dei fedeli.

La vita privata viene inoltre sempre più invasa dalle famigerate “chat”,  luoghi  virtuali in cui oggigiorno si estende tristemente il teatro del potere. 

La percezione dell’invasione indebita nel proprio tempo libero, unita all’asfissia emotiva provocata dalla dittatura soft (ormai cattiva impronta di molti stili contemporanei di management) porta i lavoratori intellettualmente indipendenti a porsi delle domande. 

La terapia per coloro si profila allora come il luogo privilegiato dove finalmente tutto questo “sommerso” può essere visto, riconosciuto e nominato, non senza una quota di rammarico e dispiacere. 

Arriveranno infine altre modalità e altri luoghi per lavorare con entusiasmo rinnovato.

La tirannia della dipendenza da lavoro può così essere vista pienamente per quella che è, non certo l’unica modalità possibile di vivere il proprio essere appassionati e produttivi.

Disagio contemporaneo

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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