La personalità borderline

Cos'è il disturbo borderline di personalità: definizione e sintomi
Il termine “borderline” in psichiatria è ormai utilizzato per identificare tutte quelle situazioni che non rientrano né in una diagnosi di nevrosi né in una di psicosi.
I clinici cioè si confrontano sempre più spesso con quadri misti, che comprendono una miscela di tratti esteriori compatibili con strutture psichiche radicalmente diverse.
In terapia ad esempio possiamo incontrare soggetti che, pur portando un problema come quello dell’insoddisfazione del desiderio (appartenente all’area della nevrosi), mostrano parallelamente una tendenza ad agiti violenti e pericolosi per la propria incolumità. Il tutto in un sottofondo di vuoto esistenziale pervasivo, sebbene in assenza di deliri o allucinazioni tipiche della psicosi.
Il DSM-5-TR (Manuale Diagnostico Statistico dei disturbi mentali) ha raggruppato una serie di elementi che si trovano con altissima frequenza all’interno della personalità borderline: cronici sentimenti di vuoto, noia, rabbia, tendenze autolesive, passaggi repentini dall’idealizzazione alla svalutazione, impulsività, instabilità dell’umore e relazioni interpersonali all’insegna della simbiosi e della paura dell’abbandono.
La lettura psicoanalitica: il senso del limite e il ruolo paterno
In una lettura psicoanalitica, tutti questi elementi possono essere ricondotti ad una grave perturbazione del senso del limite interno alla persona.
L’integrazione del limite generalmente si sviluppa quando, durante l’infanzia, la figura paterna è stata in grado di staccare il figlio dal rapporto fusionale con la madre, svolgendo una funzione di legge e di guida.
Nel distacco dalla mamma, ha luogo la rinuncia a un godimento illimitato, chiuso su se stesso, di natura simbiotica. Quando ciò accade, l’Edipo si struttura. Esistono allora le basi per lo sviluppo di una struttura nevrotica, marcata cioè dal rimpianto per l’oggetto perduto, segnata dalla limitazione subita ma in grado di farci i conti e di utilizzarla come base per cercare nel mondo ciò che le manca. La spinta desiderante è il risultato di questo processo di sottrazione.
Se invece il bambino rimane impigliato nella rete materna, egli rischia di sviluppare una psicosi. Il bambino resta cioè come un oggetto in balia del godimento della madre, potenzialmente cannibalico e distruttivo. La soggettività non ha la possibilità di svilupparsi e la psiche resta in una condizione di fragilità permanente.
Il soggetto borderline, dove si colloca in questo scenario?
Egli, a differenza dello psicotico, riesce a svincolarsi dalla posizione di puro oggetto nelle mani dell’altro. Nel suo caso il padre svolge un’azione di interdizione, ma essa non si associa in parallelo all’esempio di un padre che a sua volta si sottopone ai limiti della castrazione.
Il padre viene cioè percepito come una onnipotenza minacciosa, per cui l’integrazione del senso del limite con il desiderio ne risulta pesantemente inficiata.
Il “no” è vissuto cioè come una gabbia soffocante, da rifiutare, proprio perché è l’adulto stesso a non rispettare le regole che pretende siano seguite dal figlio.
Un esempio che purtroppo oggi sta diventando un classico, è quello del cellulare. Se il padre vieta l’uso massiccio del telefono al figlio, ma poi egli stesso è il primo a passarci le ore scrollando pigramente quantità infinite di contenuti social, come può aspettarsi l’ubbidienza del ragazzino senza che questi accumuli una rabbia smodata e sviluppi un’avversione nei confronti del “no”?
I comportamenti del borderline acquistano allora senso. Sebbene il soggetto borderline non sia un puro oggetto in balia di una madre capricciosa, egli non si è davvero strutturato come un soggetto responsabile e desiderante, proprio perché la legge che lo ha allontanato l’ha percepita come ingiusta e tirannica.
Abbiamo quindi da un lato una posizione di rigetto del limite, dall’altra una spinta fortissima alla simbiosi. Tale allergia per il limite la ritroviamo in molte manifestazioni della personalità borderline: nella noia cronica, nella sua incapacità di dedicarsi con abnegazione e costanza a qualsiasi attività o progetto di ampio respiro, al vuoto e alla depressione che lo attanagliano, alle oscillazioni nelle relazioni interpersonali (complicità assoluta che dissolve le differenze individuali alternata a brusco distacco in nome di una libertà totale e senza limiti).
Il disturbo borderline: frutto della società contemporanea?
Non è un caso che la diagnosi di “disturbo borderline di personalità” sia così diffusa oggi. Il clima diffuso nella nostra società ricorda moltissimo la sterilità della noia borderline.
I nostri tempi infatti sono caratterizzati dalla spinta a godere illimitatamente. Nella nostra società, predomina l’imperativo a consumare di tutto, senza rinunciare a niente e senza possibilità di differimento della gratificazione.
“Tutto e subito” è il male contemporaneo. In assenza di un adeguato filtro da parte della famiglia, esso rischia di consegnare le persone al vuoto e alla tristezza tipiche dell’abbuffata, allo svuotamento dei rapporti interpersonali e alla necessità di ricambio continuo del vecchio con il nuovo, in una girandola autodistruttiva.
L'infanzia e l'ambiente familiare nella personalità borderline
Per capire il funzionamento della personalità borderline, personalità burrascosa e oppressa da una rabbia sconfinata, bisogna considerare l’ambiente che ha circondato il futuro soggetto borderline durante la sua crescita.
Tipicamente la prima infanzia viene vissuta all’interno di un mondo “contaminato” da una massiccia rabbia ambientale. Il ragazzino si trova immerso in dinamiche relazionali violente che coinvolgono i suoi genitori: urla, liti, offese, espressioni di odio e di ostilità sono all’ordine del giorno.
Tale atmosfera familiare è in grado di “infiltrare” il mondo psichico e affettivo del bambino. Se gli unici esseri umani con cui si può connettere sono intrisi di profonda negatività, egli è condannato a sviluppare un vero e proprio “investimento affettivo” del negativo.
Dinamiche relazionali ed emotive nella vita adulta
Nella vita adulta, la forte sofferenza mentale da cui è afflitto questo soggetto viene intensificata anziché smorzata dalle scelte relazionali. Lo vediamo infatti attivamente invischiarsi in relazioni con persone altrettanto reattive emotivamente.
Tale dinamica appare agli occhi dei clinici un tentativo inconscio di attribuire una causa “esterna” a un dolore mentale interno, e al tempo stesso un modo per restare strettamente in contatto con l’ambiente tossico di provenienza.
Le relazioni che il borderline instaura tipicamente sono di lunga durata ed estremamente conflittuali. Per alcuni studiosi si può parlare di un vero e proprio “contratto borderline” fra partner borderline, che prevede una sorta di “licenza ad uccidere”. Questi soggetti infatti danno il via nella loro intimità relazionale a delle specie di “festival del dolore”, in cui sembrano incoraggiarsi reciprocamente a farsi del male nelle maniere più grossolanamente crudeli.
Ciascuno infatti appare impegnato nel provocare intenso disagio all’altro. Nelle discussioni, i partner non cercano delle soluzioni, ma vanno avanti per ore fra ripicche e crudeltà varie per il solo gusto di produrre ulteriore attrito. Il loro è un sistema “occhio per occhio”, in cui prevale ciecamente il desiderio di “farla pagare”, magari trovando il peggior difetto dell’altro così da umiliarlo.
I compagni uniti dall’ “amore borderline” sanno bene quali pulsanti premere per fomentare un flusso costante di sentimenti violenti, anche quando uno dei due crede di voler “salvare” l’altro. Se poi ci sono dei figli, essi non sono considerati come esseri a se stanti, ma come parte della miscela tossica (con tutti gli effetti devastanti che ciò comporta sul loro equilibrio mentale).
Anche gli amici non vengono risparmiati: i momenti conviviali possono bruscamente venir inondati di argomenti sgradevoli, senza possibilità di interruzione del flusso di negatività. I borderline sembrano distruggersi per il gusto di farlo, perché ne godono. Ed in effetti è così. La loro finalità però non è di natura sadomasochistica. La gratificazione che essi ricavano nel far letteralmente impazzire il partner trova la sua giustificazione nel meccanismo della scissione mentale.
Scissione mentale e identificazione proiettiva
Il soggetto borderline ha una personalità scissa. La forte turbolenza a cui è stato esposto nel corso della sua crescita lo ha portato a scindere il suo sè e l’immagine dell’altro in totalmente “buone” o “cattive”, nello sforzo disperato di proteggersi e di proteggere l’altro dall’invasione totale della distruttività.
Lo stesso altro a cui è stato esposto può inoltre aver fomentato la scissione, trattandolo con modalità opposte (ora idealizzandolo, ora svalutandolo).
Nella psiche del borderline albergano quindi contemporaneamente dei “sè” pacificati e funzionanti e dei “sè” folli e pieni di rabbia, così come vi si collocano delle rappresentazioni degli altri o talmente benigne o animate da volontà malevole.
Il borderline tuttavia non si limita alla scissione, ma mette in gioco anche il meccanismo dell’identificazione proiettiva, tramite il quale può sbarazzarsi di parti del proprio sé proiettandole nell’altro.
Quando si trova all’interno di una relazione intima con qualcuno, proietta parti di sé nell’altro e l’altro fa lo stesso con lui. Il godimento di far star male si spiega con la soddisfazione effimera e transitoria di veder allontanato da sè un aspetto disfunzionale e di vederlo impersonato da qualcuno fuori di sè, a cui attribuire tutta la negatività.
A volte il sè “buono” emerge al cospetto di un oggetto benigno, ma si tratta per lo più di forme di “relazioni di rifugio” superficiali: questa scissione non è mantenuta quando il rapporto si fa profondo.
Nel mondo borderline la maggior parte degli oggetti sono cattivi. Nella vita di queste persone in genere domina il caos un po’ a tutti i livelli: mancano comportamenti di autoregolazione, non c’è attenzione al tempo, nulla viene organizzato in anticipo.
Molte pratiche della vita quotidiana, come apprendere, studiare e lavorare, sono trascurate come se non avessero significato. Quando è in grado di lavorare, l’Io scisso del borderline può anche funzionare, ma spesso si tratta di un adattamento di superficie: la mente resta sempre un po’ altrove.
L'approccio terapeutico nel trattamento del borderline: sfide, resistenze e rischi
In analisi, il borderline in genere non parla dettagliatamente delle esperienze che ha vissuto ma si esprime piuttosto in termini astratti e generici: la vita è uno schifo, la vita è sempre la stessa, il capoufficio è uno stronzo, la moglie una pazza ecc... Lo stile espressivo è evasivo e evacuativo, spia di un mondo interno caotico.
La psicoterapia per queste persone è una pratica molto difficile da sostenere, perché implica una relazione positiva e “generativa” con un altro sè.
Inoltre, se l’analista cerca di far produrre dei discorsi dettagliati in modo troppo assillante, egli può far infuriare il paziente, non facendolo sentire compreso rispetto al suo tumulto mentale soverchiante.
Tuttavia, dopo aver stabilito una buona empatia con il vissuto del paziente, chiedere i dettagli ha un valore, perché aiuta nella rappresentazione concreta dell’ambiente, fa vedere quali parti di sé vengono messe dentro l’altro e diminuisce il livello di personificazione proiettiva.
Nonostante difficoltà e resistenze, i borderline possono arrivare a capire i motivi alla base delle loro scelte oggettuali turbolente. Segni tangibili di sollievo accompagnano la consapevolezza di avere un “vero sé”.
Tuttavia, anche dei pericoli accompagnano l’interruzione dei loop distruttivi: si può far strada la sensazione che la relazione con il partner, nel momento della pacificazione, abbia perso l’intimità e l’intensità di prima. L’incremento delle capacità di contenimento del sé infatti smorza l’intimità borderline (che in realtà è un invischiamento affettivo tossico).
L’esito può essere una depressione: dopo un periodo di calma apparente sul paziente può abbattersi un violento tsunami, nella forma di un comportamento particolarmente distruttivo. La disperazione nel lasciare l’oggetto di attaccamento negativo può tradursi nella rinuncia a lottare, per abbandonarsi ad un’abbuffata di rabbia.
Per questo motivo un po’ di tensione relazionale nella vita del borderline va conservata, magari incanalandola in forme meno nocive e originali, in invenzioni ed equilibrismi variabili caso per caso.
Bibliografia
- Antonello Correale, Area traumatica e campo istituzionale, Borla, 2006
- Luigi Cancrini, L’oceano borderline, Raffaello Cortina Editore, 2006
- John J. Gunderson, La personalità borderline Raffaello Cortina, 2010
- Clara Mucci, Corpi Borderline, Raffaello Cortina Editore, 2020
Questo articolo, scritto dalla Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologa e psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81), rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.