Il coraggio di essere se stessi
Qualsiasi condizione esistenziale o tratto isolato di “diversità” dalla massa espone al pericolo di sedimentazione nell’inconscio di sentimenti di inadeguatezza.
Quando tale “diversità” viene percepita da chi la porta non come una caratteristica, una fra tante, ma come un marchio distintivo di segno negativo, nel profondo si apre una ferita narcisistica impossibile da cicatrizzare completamente.
Magari essa è nascosta da atteggiamenti spavaldi o sicuri di sè, oppure è camuffata da uno status raggiunto, che ha consentito un qualche apparente riscatto.
A dispetto di ciò che si vede esternamente le vulnerabilità dell’animo non si cancellano mai, anzi, più si tenta di adulterarle più esse si fanno stringenti.
Il genitore, forse, è colui che avrebbe potuto davvero curarle a suo tempo con il suo semplice amore incondizionato. Ma egli in qualche modo ha fallito, probabilmente a causa dei propri problemi irrisolti.
Fuori di casa può succedere di tutto se si porta cucita addosso una diversità, ma le sofferenze che derivano dal rifiuto sociale non intaccano l’autostima se in famiglia si è stati spalleggiati e sorretti senza “se” e senza “ma”.
Un bambino malato può non identificarsi alla sua malattia se l’ambiente affettivo che lo circonda non gli rimanda costantemente la sua diversità, con frasi tipo “questo non lo puoi fare” , “cosa ne sarà di te” ecc…
Un ragazzino omosessuale può crescere serenamente quando in famiglia la sua omosessualità è accolta con naturalezza. Allora le cattiverie dei bulli o le discriminazioni sociali non abbattono la sua fiducia e la sua capacità di amare e di realizzarsi liberamente.
Un figlio di immigrati non odia la sua pelle se essa è amata da chi gliel’ha trasmessa nonostante il razzismo patito.
Un adolescente un po’ bruttino o che non ha successo con le ragazze perché ancora acerbo soffre moltissimo ma non si dispera e non cade in depressione se agli occhi di chi lo ha messo al mondo è comunque perfetto così com’è.
Una giovane introversa non finisce col detestare se stessa per le occasioni sfumate a causa della sua timidezza se le è stato passato il messaggio che il suo carattere difficile in realtà è un dono e non un limite.
Non poter beneficiare in famiglia di un amore incondizionato spinge i “diversi” da un lato a disprezzarsi (sviluppando talvolta veri e propri sentimenti depressivi) dall’altro a camuffarsi, a voler correggere o nascondere il tratto irregolare.
Così il malato non parla o mimetizza i segni della malattia, il gay nasconde la sua omosessualità, il bruttino secondo i canoni di bellezza si massacra di sport o di chirurgia plastica, l’immigrato italianizza il suo nome, l’introverso si forza in modi e atteggiamenti social che non lo rispecchiano nel profondo ecc…
In tutti questi casi, che sono solo semplici esempi di una realtà più sfaccettata e complessa, si perde l’occasione di lasciarsi essere semplicemente se stessi, senza dare eccessivo peso al consenso altrui.
Essere veramente di successo infatti non ha nulla a che vedere con la logica dei “follower” , che resta legata all’approvazione di massa.
Chi ha davvero successo ha il coraggio di restare se stesso, sempre, anche quando desidera piacere e essere amato.
Restare se stessi vuol dire “integrare” il così detto “tratto irregolare” , accettandolo ma impedendogli di definire tutta la propria persona.
Sono malato? Sono gay? Sono brutto? Certo ma io non sono la malattia, l’omosessualità, la bruttezza ecc..Se accetto ciò che sono posso trarre anche degli insegnamenti dal mio trovarmi in una zona minoritaria, in ogni caso il mio essere resta altro.
Da questo punto di vista anche essere più intelligenti della media è una “diversità”, e non certo positiva nell’ottica dell’inclusione sociale.
L’intelligenza comporta una gran quota di solitudine, perché si pensa e si agisce in altro modo rispetto al maggior numero di persone. Incomprensione e incomunicabilità sono all’ordine del giorno. Eppure la soluzione non è instupidirsi, come purtroppo molte persone di pregio fanno pur di farsi accettare…E nemmeno rifugiarsi in un senso di superiorità altezzoso e sprezzante.
La psicoterapia non può sostituirsi all’esperienza dell’essere stati amati incondizionatamente.
Tuttavia il terapeuta è uno specialista dell’accoglienza della diversità, perché sa che al fondo tutti, ma proprio tutti, hanno qualche lato indesiderabile secondo i canoni dell’inclusione nel branco.
In terapia non si impara ad amarsi o a piacere agli altri ma si può via via potenziare la capacità di fare con quel che c’è.
Pensare, sentire, agire, progettare a partire da come siamo realmente fatti e non da come dovremmo essere secondo ideali di perfezione più o meno stereotipati.
Il peso di scelte e di percorsi magari più aspri e complessi di altri va portato, non c’è dubbio, così come non si possono schivare momenti d’amarezza.
Ma il guadagno di vivere in linea con la natura più profonda che è toccata in sorte resta incalcolabile, sia in termini di soddisfazione che di pace interiore.