La psicoterapia di gruppo e il suo potenziale terapeutico
Come si struttura e come si compone un gruppo terapeutico
I gruppi terapeutici tendenzialmente si incontrano una volta alla settimana, per una sessione della durata di circa un’ora e mezza. In genere si tratta di piccoli gruppi, dai cinque agli otto partecipanti.
Possono far parte dei gruppi persone che condividono la medesima problematica psicologica (ad esempio gruppi per l’ansia, per gli attacchi di panico, per le dipendenze o per la depressione) oppure soggetti che soffrono di sofferenze emotive più generiche e sfumate.
Virtualmente chiunque può vivere l’esperienza di una psicoterapia di gruppo; sta all’abilità dello psicoterapeuta (tramite precedenti colloqui individuali) abbinare le persone “giuste” all’interno di un dato gruppo terapeutico.
La caratteristica essenziale di un gruppo terapeutico: la disponibilità ad aiutarsi reciprocamente
La condizione essenziale affinché un gruppo si riveli terapeutico è che i membri che lo compongono siano disponibili ed aperti a partecipare attivamente al processo di cura e ad esplorare e condividere le proprie emozioni insieme agli altri.
Tuttavia un gruppo terapeutico può avere bisogno di tempo per costituirsi come tale. Nei primi incontri le difese psicologiche dei singoli possono essere particolarmente forti, rendendo molto difficile l’apertura agli altri.
Inizialmente le persone possono interagire nel gruppo terapeutico con una modalità competitiva piuttosto che di sostegno; esse possono faticare ad abbandonare il proprio Ego e le relative necessità narcisistiche (primeggiare, ottenere consenso e ammirazione).
Inoltre spesso si possono creare delle resistenze per il semplice fatto che tutti i partecipanti del gruppo sono concentrati sulle proprie difficoltà psicologiche, sulle proprie paure e sulle proprie ansie.
Il gruppo in queste primissime fasi può sembrare frammentato, con poca coesione e dominato da difficoltà di comunicazione.
Il ruolo dello psicoterapeuta nella costituzione del gruppo terapeutico:
Lo sviluppo della mentalità di gruppo terapeutico (improntata a prendersi cura degli altri membri) avviene quindi per gradi, grazie alla gestione dello psicoterapeuta, sempre presente durante gli incontri di gruppo.
Egli, pur in qualità di leader, si guarda bene da forzare il processo o da accentrare l’attenzione su di sé. Piuttosto mette in atto un’opera di contenimento delle ansie, delle paure e delle proiezioni non elaborate.
Tramite la sua “capacità negativa” lo psicoterapeuta riesce a non farsi turbare dal disagio e dalla turbolenza che lo circonda, a “starci” senza volersene sbarazzare, così da favorire nel gruppo uno sviluppo nel senso della cura.
Egli dà valore alla parola come possibilità espressiva e chiarificatrice, che tende a non accentrare ma a far circolare.
Ad esempio quando un membro prende parola per condividere una sua difficoltà lo psicoterapeuta stimola negli altri l’espressione di vissuti ed esperienze simili.
Il gruppo terapeutico vero e proprio: dall’egoismo all’altruismo
Tramite questo rispecchiamento si iniziano a creare dei legami fra i membri del gruppo, che contrastano chiusura e diffidenza. La sensazione di solidarietà collettiva apre le porte alla collaborazione e al sostegno reciproco fra i partecipanti del gruppo.
Se un membro esprime un’emozione di profonda tristezza e gli altri invece di giudicarlo sono disponibili ad ascoltarlo e a mettere in parola le proprie esperienze affini, si crea una rottura nella percezione di isolamento emotivo.
Il gruppo allora non appare più come un semplice insieme di persone in difficoltà ma si trasforma in un luogo di cura e di crescita psicologica, dalle forti potenzialità trasformative.
Non è solo lo psicoterapeuta a svolgere una funzione di contenimento, ma è il gruppo stesso che diventa un “contenitore”, un’entità nuova in grado di accogliere e gestire le emozioni inconsce e disorganizzate dei membri.
Il dolore, la rabbia, la paura, il senso di inadeguatezza possono così venire espresse, riconosciute e “trattate” dallo spazio sicuro offerto dal gruppo.
Le persone possono restare in contatto con tali vissuti emotivi oscuri e “incandescenti” senza più sentire il bisogno di fuggire. L’esplorazione consapevole di sè può avvenire grazie all’ascolto e al confronto diretto con l’esperienza dell’altro.
La similitudine all’altro, data dal rispecchiamento reciproco, apre così la via alla differenziazione, all’incontro con la particolarità di se stessi.
Vedere riflessi i propri conflitti, emozioni e difese nel racconto delle esperienze e dei vissuti degli altri permette in un primo tempo di entrare in contatto con ciò che non si riusciva ad ammettere e vedere in se stessi.
L’esperienza intensa della condivisione della vita emotiva in gruppo cancella temporaneamente i confini individuali, per permettere di raggiungere zone profonde della coscienza, altrimenti irraggiungibili.
La regressione del gruppo terapeutico: possibili minacce alla stabilità e produttività del gruppo
Come insegnava il noto psicoanalista studioso di gruppi Wilfred Bion, una volta costituitosi il gruppo risulta come un’entità unica, che eccede la mera sommatoria delle parti.
A questa caratteristica si deve il suo potenziale terapeutico ma anche le impasse e i limiti a cui va incontro.
All’interno dei gruppi infatti, nei momenti di alta tensione emotiva, si verifica sempre una vera e propria regressione a uno stadio psichico primitivo, in cui i membri affievoliscono le loro facoltà di giudizio individuali e iniziano a comportarsi come se fossero dei bambini che cercano protezione o risposte immediate.
Quando nei gruppi emergono delle emozioni forti come la paura, l’aggressività o la frustrazione, può venire meno la capacità di elaborazione individuale e subentrare come strategia di sopravvivenza collettiva la tendenza a tornare a stadi primordiali di pensiero e di comportamento.
Tale difesa regressiva non è solo un fenomeno individuale ma un processo che viene condiviso dal gruppo nel suo insieme, che aggredisce cioè le menti di tutti (esistono tuttavia menti particolarmente lucide che resistono parzialmente al contagio di gruppo)
Regressione e assunti di base: dipendenza e attacco-fuga
Le modalità di pensiero che impediscono al gruppo di affrontare i problemi in modo razionale e produttivo Bion le chiamava assunti di base.
Due di queste sono di particolare interesse. L’assunto di base di dipendenza fa sì che durante la regressione il gruppo sviluppi una forte dipendenza dal leader aspettandosi che egli prenda decisioni per loro e risolva ogni problema.
L’assunto di base di attacco fuga implica invece comportamenti aggressivi, conflitti, proiezioni, attacchi reciproci fra i membri del gruppo, paranoicizzazione e compattamento del gruppo rispetto a un nemico esterno oppure un atteggiamento maniacale di fuga dalla realtà e di negazione del problema.
Si capisce come l’opera di contenimento del terapeuta o del leader del gruppo sia fondamentale per gestire un gruppo in stato di regressione.
Un buon terapeuta di gruppo in queste situazioni non si limita soltanto a guidare il gruppo ma si dimostra in grado
di tollerare l’ansia e il caos, senza cedere alla tentazione di risolvere subito i conflitti o di precipitarsi a prendere il controllo della situazione in modo autoritario.
Il terapeuta tramite interpretazioni e interventi ad hoc contribuisce a fare chiarezza nelle menti dei singoli e a trasformare gli elementi caotici in pensieri razionali e comprensibili.
In questo modo la mente collettiva del gruppo come “contenitore” viene sanata e ripristinata, così che le sue potenzialità terapeutiche possano esprimersi pienamente.
La regressione non patologica e il suo potenziale terapeutico
Secondo Bion anche se la regressione costituisce una perdita di controllo e di razionalità, essa al tempo stesso rappresenta un passaggio obbligato per accedere a una parte profonda e autentica della psiche, necessaria per il cambiamento psicologico.
Nei gruppi terapeutici la regressione non significa necessariamente “regressione patologica”. Essa può anche costituire un’occasione per l’elaborazione emotiva e lo sviluppo di pensieri più complessi e consapevoli.
Durante questo processo infatti i membri per così dire “perdono” la loro individualità, si fondono temporaneamente e affrontano insieme emozioni profonde (come vergogna, paura, rabbia, tristezza profonda, difficili da affrontare perché normalmente soppresse dalla mente adulta)
Anche i conflitti inconsci del passato possono riemergere, così come ricordi traumatici ed esperienze difficili della propria infanzia.
In stato di regressione perfino le difese psicologiche come la razionalizzazione si allentano; la persona è più vulnerabile ma anche più aperta ad esplorare la propria psiche entrare in contatto diretto con il materiale inconscio
Una volta affrontati e metabolizzati questi pensieri e queste emozioni dolorose diventa allora possibile tornare ad uno stato di maggiore integrazione e comprensione psicologica di sè.
Il tutto chiaramente sotto la guida attenta dello psicoterapeuta, capace di accompagnare e di proteggere i membri del gruppo nel complesso e affascinante viaggio nell’inconscio.
Aiuto psicoterapeutico , Guarire dai sintomi, Psicoanalisi di gruppo