Skip to main content

Parlare in terapia non guarisce (da solo): i veri usi della parola

Illustrazione in stile Van Gogh di una seduta di psicoterapia, con due persone di schiena su poltrone colorate e un grande orecchio che simboleggia l'ascolto.

Le parole in terapia: l'architettura di una seduta

Una seduta di psicoterapia è costituita da “discorsi”, i cui mattoni sono le parole (inclusi i silenzi) e gli stati d’animo. Le parole non vengono pronunciate mai a caso, anche quando sono l’espressione di un flusso di coscienza. Esse hanno sempre uno scopo e una direzione: sono gli strumenti del pensiero, sia esso volontariamente direzionato oppure guidato dall’inconscio.

Le emozioni e gli umori in gioco possono essere il punto di partenza o la risultante di questi discorsi: il corpo si scioglie e si attiva quando la parola diventa “vissuto”, mentre si contrae, resta rigido o inerte se i contenuti emotivi sono assenti, nascosti o simulati.

Il ruolo del terapeuta: ascolto, sostegno, elaborazione

Non è solo il paziente a parlare in terapia, sebbene almeno al novanta per cento il campo espressivo sia suo. Lo psicoterapeuta usa soprattutto come strumento l'ascolto, e prende parola per formulare domande e stimolare produzioni di pensieri/emozioni, per “sostenere” il discorso (quando la persona si perde o necessita di aiuto), per sottolineare zone di densità di senso e per arricchire di significati nuovi la produzione spontanea del materiale “grezzo”. Il terapeuta con il suo ascolto e il suo intervento valorizza la parola unica del suo assistito e al tempo stesso incoraggia l’elaborazione mentale, ovvero quel processo “digestivo” che consente di reinquadrare quanto detto in una dimensione più ampia.

Seduta dopo seduta si instaura una relazione terapeutica fra curante e paziente, alimentata dalla sensazione di quest’ultimo di essere “ascoltato” e capito. Il “controtransfert” dell’analista è fondamentale per lo sviluppo di questa alleanza terapeutica. Egli, lungi dall’essere neutrale, utilizza la sua sensibilità emotiva per cogliere sfumature, atmosfere e affetti non detti importantissimi per compiere un salto intuitivo rispetto al contenuto letterale dei discorsi.

Quando la terapia (apparentemente) non funziona

Non è automatico che gli incontri terapeutici lo siano davvero e sempre per le stesse ragioni, nonché non è scontato che tutti i percorsi portino agli stessi stessi livelli di profondità e di auto consapevolezza.

Si possono ottenere buoni risultati sul piano terapeutico (scomparsa dei sintomi) senza che nulla sia stato davvero modificato a livello profondo, quello dei meccanismi mentali (più o meno disfunzionali) “usuali” della persona, le cosiddette “difese”.

Oppure si può non migliorare mai dopo anni e anni di analisi, anche se apparentemente si è guardato in ogni dove, in ogni angolo della mente.

Perché "parlare" da solo non guarisce

Il punto di partenza di una psicoterapia è sempre uguale per tutti: qualcosa non va, c’è una sofferenza. Ma poi le cose cambiano caso per caso. La differenza la fa l’uso della parola, a sua volta espressione del conflitto psichico soggiacente alla sofferenza manifesta. Infatti un conto è il malessere visibile, il sintomo (come la depressione o il panico o il venir lasciato sistematicamente dalle fidanzate), un altro sono i meccanismi disfunzionali che vengono messi in atto inconsciamente e che fanno inciampare nella vita.

Parlare quindi non guarisce di per sè, perché si può parlare all’infinito a vuoto, girando su se stessi come il pesce rosso in un vaso rotondo, senza andare da nessuna parte, senza che avvenga nessun cambiamento sostanziale.

L'ostacolo più grande: l'Ego e l'intellettualizzazione

Una delle modalità più difficili da eliminare è l’intellettualizzazione: ore ed ore a guardare da prospettive diverse la stessa questione senza che mai una visione irrompa con una tal forza da far veramente “percepire” le cose sotto una luce nuova e diversa.

Le persone spesso dicono di voler cambiare ma nel profondo a volte non vogliono affatto essere tolte da dove stanno; più i meccanismi psicologici presi in esame sono “sintonici” con l’Ego più essi non vengono abbandonati.

L’Ego non a caso è considerato in psicoanalisi come il peggior nemico della trasformazione interiore: se ci si piace tanto, troppo (perché magari sotto la maschera dell’Io non c’è nulla o peggio, il caos) allora meglio restare dove si è. L’Ego inamovibile è di per sè una patologia e una soluzione rispetto a un’identità scarsamente definita, vuota o non autentica.

Come si vede non sempre è un bene voler guarire! Non sempre sotto i condizionamenti alberga un “vero sè” desideroso di venire alla luce: incontrare faccia a faccia il proprio “nulla” è molto peggio rispetto al sostare in discorsi il cui vero obiettivo è il rinsaldare l’immagine narcisistica di sè, la finzione del sè.

I diversi usi della parola in analisi

Quali sono allora gli usi della parola in analisi?

L'uso "difensivo": la chiacchiera e la proiezione

Un uso molto frequente è quello della “chiacchiera” rassicurante: ti dico dei miei piccoli fatti quotidiani così evito di parlare di me. E’ una zona di confort, neutra che allontana dal cuore del problema. Si tratta di un uso “difensivo” della parola, che cerca la simmetria nel rapporto per evitare l’angoscia di ritrovarsi da soli davanti a se stessi. Questa modalità può essere presente all’interno di qualsiasi percorso psicoterapeutico, anche il più riuscito: non sempre e non in tutti momenti si può essere aperti e disposti a mettersi in gioco. Le sedute hanno una cadenza “programmata”: ma dato che siamo umani e non macchine, può capitare di non riuscire a parlare come si vorrebbe, di chiudersi o di temporeggiare un po’ in attesa che qualcosa si sviluppi spontaneamente o grazie all’aiuto del terapeuta.

Il fratello gemello dell’uso difensivo è quello “proiettivo”: anziché parlare di “altro” parlo degli “altri”, li analizzo, ne racconto i vizi e le manie, così, ancora una volta, non guardo me stesso. Se è normalissimo analizzare gli altri nel corso di un’analisi (nella misura in cui molti dei nostri problemi si estrinsecano nelle relazioni), meno produttivo è parlare “sempre e solo” degli altri.

Quando tali modi di prendere parola sono gli unici modi di esprimersi e non lasciano mai spazio ad altro il soggetto è bloccato in una pozione vittimistica: va in terapia perché sta male e non si sposta dalla convinzione che la sua sofferenza derivi solo dal mondo esterno, dai fatti che gli capitano e dalle persone che lo circondano.

L'uso "consolatorio" e di "rinforzo"

Esistono poi le parole per “autoconvincersi”: come si diceva a volte le persone hanno bisogno di parlare con la finalità di rinforzare il proprio Ego, anche quando nel corso del tempo portano all’attenzione dell’analista dei cambiamenti sensazionali. I dati di realtà vengono “presentati” come evidenze di un cambiamento interiore che invece è del tutto assente; spesso gli eventi sono solo “accadimenti”, che si inseriscono nella serie di ripetizioni dello stesso copione di fondo. L’uso della parola in questi casi è di “rinforzo narcisistico”.

Un altro uso simile è quello “consolatorio”: parlo per tirarmi su di morale; non punto tanto a rinforzare l’Ego ma a migliorare l’umore e il senso di solitudine. La parola è un antidepressivo. E’ la classica situazione dello sfogo, che alleggerisce lì per lì come un sollievo momentaneo. Non di rado la parola è rivolta al terapeuta perchè egli sia supportivo e fattivamente di aiuto: gli si chiedono indirettamente parole di conforto.

In tutti questi casi viene ricercata l’attenzione del terapeuta perché convalidi l’uso della parola, certificandolo. In parole semplici il paziente è alla ricerca di approvazione e di convalida, ma anche di supporto emotivo e di empatia. 

Gli usi "evoluti": la parola che crea e trasforma

Gli usi più evoluti sono invece quelli di natura “creativa”. Il discorso in questi casi non è direzionato dalla coscienza ma è “ispirato” dall’inconscio. Qui la parola terapeutica segue un flusso vero di coscienza, si lascia trasportare, visitando luoghi del passato e del presente, creando associazioni nuove e incontrando significati e interpretazioni che toccano e scuotono l’essere. L’emozione vi si associa, ma non è il pianto del lamento, della vittima che si compiace d’esser triste. E’ il ritorno nel presente del passato, è un vero e proprio “rivivere”, un viaggio nel tempo che lascia straniti ma stranamente rinnovati.

L’uso “trasformativo” della parola è quello che aggancia la dimensione del corpo: si “sente” che vengono raggiunte aree dormienti, che si riesce ad andare oltre i soliti “paraocchi”, le solite lenti con cui si interpreta se stessi e il mondo. Qualcosa nelle difese vacilla, la persona cambia perfino tono di voce.

Il terapeuta si accorge che sta accadendo qualcosa di veramente impattante  anche perchè lo sguardo del suo paziente in tali frangenti non è su di lui ma oltre la sua figura, non domanda più nulla all'altro (riconoscimento, pareri, indicazioni ecc...) ma è rivolto all'interno, verso la propria interiorità

Questi usi “evoluti” della parola non sono magie od esiti di suggestioni ma di prese d’atto profonde e davvero trasformatrici . Sono modalità del discorso, a cui può seguire un cambiamento drastico e improvviso oppure, più di frequente, una successione di “epifanie” diluite nel tempo, che insieme concorrono allo sviluppo lento di una nuova consapevolezza e di un nuovo modo di stare nel mondo.

Aiuto psicoterapeutico

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

Senti che è arrivato il momento per vivere meglio il presente?
Seguimi anche sui miei social