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La madre “tossica”

ilhouette oscura e spezzata di una donna che sovrasta un bambino seduto da solo in penombra, a rappresentare il senso di isolamento e gli effetti psicologici di una madre tossica.

Dinamiche psicologiche e idealizzazione materna

Il termine “madre”, nell’immaginario collettivo, rimanda immediatamente al tema dell’amore e della cura. Fa venire in mente una donna che, attraverso i suoi gesti e le sue attenzioni, favorisce per un lungo periodo la crescita del proprio bambino, finché egli non diventa grande e forte abbastanza per essere autonomo.

Il rapporto con la figura materna è quindi soggetto a una forte idealizzazione. La madre è vista come il porto sicuro, il punto fermo della vita, la fonte di ogni bene. Anche quando le sue azioni non sono la manifestazione di un amore gratuito, ma sottendono un sentimento di possessività, metterla in discussione è complicato.

Il tabù dell'egoismo materno e la sudditanza psicologica

Il lato “oscuro” dell’amore materno costituisce infatti ancora un tabù. Riparato dalle vesti pure della sollecitudine, l’egoismo materno è difficile da mettere a fuoco. Chi viene intrappolato nella posizione di oggetto del controllo materno “sente” che c’è qualcosa che non va nel rapporto, ma il senso di colpa verso colei che lo ha curato con tanto sacrificio ne appanna la lucidità e il senso critico.

Gli effetti nefasti dell’amore materno li conosciamo attraverso i vissuti dei soggetti trovatisi a essere bersagli di tale premura, rimasti per lungo tempo inconsapevoli vittime di dinamiche sottilmente svalutanti e ricattatorie.

Riconoscere il malessere indotto dalla dedizione “patologica” della madre implica, da una parte, una spinta verso la differenziazione e, dall’altra, la forza di riconoscere che la causa del proprio male è racchiusa proprio nella fonte da cui è scaturito il dono della vita.

Senza questa presa d’atto dolorosa, il rischio di restare invischiati in una condizione di sudditanza psicologica è alto. Le chance in molti ambiti della vita diminuiscono drasticamente, perché la paura di compiere passi non garantiti e non autorizzati dalla madre onnipresente paralizza la volontà.

Le cause della possessività materna

Generalizzando, si potrebbe dire che la causa più comune dell’atteggiamento materno soffocante è la “sconfitta” che la donna ha subito sul piano dell’amore e del desiderio. All’interno della relazione con il partner, che non sempre si presenta come disfunzionale agli occhi degli altri, si annida una grande quota di frustrazione, spesso presente ancor prima della nascita dei figli.

Tale insoddisfazione può essere, a sua volta, ricondotta a difficoltà mai superate nei confronti del maschile e della sessualità. Atteggiamenti di rinuncia verso l’amore o di idealizzazione di partner caratterialmente incompatibili conducono a scelte poco felici in campo amoroso.

L’insoddisfazione di coppia viene allora “rammendata” grazie alla presenza del figlio, che finisce per catalizzare tutti i bisogni inappagati della donna. Non solo: in questi scenari, non di rado, anche la realizzazione lavorativa va scemando, sia come causa sia come conseguenza dell’interesse a senso unico verso la maternità.

La donna, in crisi su tutta la linea, fonda la propria “salvezza” psichica ed emotiva sul rapporto con i figli.

Consapevolezza e superamento della nevrosi materna

A volte donne con queste caratteristiche guariscono dalla loro nevrosi, ma solo nel momento in cui mettono a fuoco il loro meccanismo patologico e ne analizzano le cause. Allora possono scoprire di non essersi mai messe davvero in gioco nella vita e di aver atteso che la felicità venisse dall’altro, piuttosto che da loro stesse.

A quel punto lasciano andare il figlio e scoprono in sé stesse desideri e passioni accantonati da tempo. Non significa che abdichino al loro ruolo di madri. Per i figli ci sono sempre, ma in modo più equilibrato e nel rispetto delle giuste distanze.

Gli effetti sui figli

Gli effetti di questo atteggiamento oppressivo sulla prole, quando la madre non si ravvede, sono devastanti in tutte le tappe evolutive.

L'infanzia: iperprotettività materna, paure e fobie infantili

Nell’infanzia il bambino, figlio di una madre che non ha altro al di fuori di lui, tipicamente fatica a socializzare, perché ha sempre la madre appresso e non si sente mai libero di giocare o scalmanarsi con gli altri bambini senza andare incontro a rimproveri o ingiunzioni.

Spesso cade preda di numerose paure e fobie, che riflettono l’iperprotettività materna e il suo atteggiamento limitante. Con la scusa di proteggerlo dai pericoli, la madre si autorizza a non farsi mai da parte e a non lasciargli mai lo spazio per sperimentarsi e affrontare da solo situazioni che sarebbero tranquillamente alla sua portata.

Il meccanismo dell'adultizzazione precoce e dell'invischiamento emotivo

A livello interiore, inoltre, il bambino comincia a sentirsi responsabile dell’infelicità materna, che intuisce essere legata al padre. Inizia a vedere la figura paterna come “cattiva”, perché vede i genitori litigare o ascolta la madre che si lamenta apertamente di lui, sentendosi trascinato in un confessionale del tutto inopportuno per la sua età. L’adultizzazione precoce sul piano dell’empatia, unitamente al mantenimento di una posizione timorosa nei confronti del mondo, è deleteria per lo sviluppo del ragazzino.

Il piccolo si ritrova, a tutti gli effetti, inchiodato in una partnership adulta profondamente angosciante, di cui però non può certo capire né analizzare le cause. Anzi, il fatto di avere un rapporto così speciale con la madre lo gratifica, così che il suo assenso alle confidenze lo intrappola ancor di più in una reciprocità ripiegata su se stessa. Le ansie infantili, in realtà generate da questo invischiamento, vengono “curate” attraverso il rapporto con il materno. Il trattamento del male viene così a coincidere con la sua stessa origine.

Pubertà e adolescenza: la difficile ricerca dell'emancipazione

È nella pubertà e poi nell’adolescenza che si profila la vera possibilità di emancipazione.

Al momento della separazione, le madri di questo tipo fanno di tutto per ritardare il distacco, tentando nuovamente di convincere il figlio di non essere capace, di non potercela fare senza di loro, di avere, insomma, qualcosa che non va per buttarsi nel mondo e nella vita.

Se, per caso, il figlio si trova anche a soffrire di problemi di salute, la sua possibilità di affrancarsi viene esponenzialmente ridotta rispetto a quella di un ragazzino del tutto sano, perché la malattia è atta a diventare una facile scusa per non consentire il distacco. Se apparentemente viene fatto di tutto per dispensare cure, inconsciamente e sotterraneamente viene trasmesso un messaggio profondamente svalutante: il verdetto di un fallimento futuro.

Dunque, l’autostima, intesa come percezione del proprio valore e della propria efficacia personale nello stare al mondo, viene gravemente compromessa.

Eventi fortuiti, come viaggi e incontri, costituiscono delle nicchie di confronto con l’esterno che possono limitare gli effetti nefasti dei ricatti materni. Riscontri positivi a scuola, nei gruppi e nelle amicizie aiutano a vedere in modo nuovo parti di sé che si era abituati a pensare in termini di deficit o di supposti difetti da correggere.

Con la crescita e l’acquisizione del pensiero astratto, il ragazzo può cominciare a esercitare autonomamente le proprie funzioni mentali e a mettere in discussione ciò che aveva sempre accettato e dato per scontato.

L’adolescenza è il momento del risveglio e della rabbia, in cui cominciano le ribellioni coscienti e le prese di distanza da modelli riconosciuti come disfunzionali.

L'età adulta: superare il senso di colpa e recidere il cordone ombelicale

Nel processo di autonomizzazione, data la complessità della giovinezza e delle sfide del divenire adulti, possono però intervenire regressioni importanti alla precedente posizione di passività. Delusioni amorose, così come difficoltà negli studi e nelle amicizie, possono risospingere indietro nella chiusura claustrale.

A volte non basta nemmeno arrivare alla soglia dei trent’anni per essersi definitivamente liberati. Allora un lavoro di presa di coscienza dell’ambivalenza aiuta a non lasciarsi sopraffare dai sensi di colpa. Prendere in mano la propria vita, pur sapendo di dare una delusione all’altro, diventa possibile.

Autorizzarsi ad andare fuori di casa, ad “abbandonare” la madre e difendere poi il proprio spazio da intrusioni e ritorni può avvenire solo se si comprende a fondo la dinamica patologica in atto.

Ci sono madri che non danno tregua, che, “abbandonate”, si chiudono in un atteggiamento offeso o depresso. Esiste però anche una minoranza di madri che reagisce, che si riadatta alla nuova condizione. Ci sono donne che trovano anche il coraggio di affrontare nodi irrisolti e di rileggere la propria vita con nuove lenti interpretative.

Le ripercussioni psicologiche sulla vita amorosa e professionale

In ogni caso, sia per il figlio maschio sia per la figlia, anche una volta affrancatisi “concretamente”, è essenziale fermarsi a riflettere sui condizionamenti ricevuti.

Spesso essi si manifestano sintomaticamente nella vita amorosa e lavorativa. Le figlie ripetono gli errori delle madri (idealizzazioni e insoddisfazioni perenni nei rapporti con gli uomini); i figli maschi fuggono dal legame profondo con il femminile, equiparato inconsapevolmente a quello con la madre incestuosa.

La nevrosi si scatena principalmente sul terreno amoroso, anche se può colpire anche il lavoro, inteso come possibilità espressiva dei propri talenti. Rinuncia, paura, adattamento conformistico e depressione sono solo alcune delle minacce possibili.

La sfida sta allora nel ritrovare, o nello scoprire per la prima volta, quello slancio positivo che fa guardare avanti e credere nel valore supremo della libertà.

Come intraprendere il percorso di guarigione e riconquistare la propria autonomia

Liberarsi in modo definitivo dalle dinamiche di una madre tossica richiede un profondo lavoro interiore e un progressivo distacco dalle aspettative genitoriali. Il processo di emancipazione emotiva e psicologica passa attraverso alcune fasi cruciali, indispensabili per tutelare il proprio benessere:

  • Riconoscimento della dinamica patologica: ammettere l'esistenza di un attaccamento disfunzionale e superare il fisiologico senso di colpa iniziale legato alla separazione.
  • Definizione dei confini: stabilire limiti chiari e insuperabili per proteggere il proprio spazio personale, sia fisico che mentale, dalle continue intrusioni.
  • Elaborazione del distacco: accettare la perdita dell'immagine della madre idealizzata, per potersi confrontare oggettivamente con la figura reale e i suoi limiti.
  • Ricostruzione dell'autostima: imparare a determinare il proprio valore personale indipendentemente dall'approvazione esterna, investendo energie in passioni e obiettivi individuali.

Questo articolo, scritto dalla Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologa e psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81), rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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