Rapporto madre-figlia: perché il senso di colpa ti impedisce di vivere la tua vita?
Quando il legame materno diventa un peso invisibile sulla propria libertà
Hanno alle spalle storie tristi, dolorose. Hanno perso la loro madre quando erano piccole, oppure sono state preda di madri abbandoniche o anaffettive. Si sono buttate col primo che diceva di amarle, che però aveva lui un bisogno immenso di cure e di appoggio. E poi sono arrivati i figli, e tra loro la bambina empatica, ipervigile, attenta. La candidata ideale a supplire finalmente a quel ruolo che nella loro esistenza era sempre mancato. A incarnare lo sguardo che vede, l’orecchio che ascolta, la parola che consola, l’atto che cura.
Figlia "caregiver": quando l'amore inverte la sua rotta
Una figlia non diventa madre della propria madre ad un certo punto. Nasce sotto quella stella, lo è da sempre, fin dalla più tenera età. Quella responsabilità le viene affidata dalla voracità del bisogno materno insoddisfatto, e lei se la prende tutta, senza coscienza, per effetto di una sensibilità finissima che non è ancora in grado di governare. Il dolore della madre è come quello di un cucciolo un po’ rugoso e stanco, solo e senza padrone. Come negargli l’aiuto? Come non condividere parte della sua pena e tentare di vederlo nuovamente felice?
Un filo invisibile collega la figlia alla propria mamma nei primi anni di vita. É un vero e proprio cordone ombelicale. Il nutrimento ora è di natura emotiva: gli abbracci, le parole, gli sguardi passano direttamente nel flusso ematico della figlia, come un balsamo di benessere e di positività.
Si tratta di un legame speculare, una è il riflesso dell’altra. Quando al posto della corrente calda dell’affetto le braccia sono conserte, contratte o inerti lungo i fianchi, le parole piene d’ansia e gli occhi velati di malinconia, la bambina capisce che tocca a lei fare qualcosa. Non è solo generosità, è sopravvivenza. Se lei, la madre, muore, è perduta. Così la freccia si inverte, l’amore inizia a girare al contrario.
Le conseguenze psicologiche del legame con una madre anaffettiva o fragile
I costi psicologici di un legame del genere per un soggetto in crescita non sono presi in considerazione dalla donna adulta, e non per cattiveria o per non voler vedere. La parola chiave è inconsapevolezza. Non avendo elaborato nulla della mancanza patita, queste madri si muovono al buio. Il loro dolore infantile è rimasto incapsulato, messo da parte. Non ne hanno quasi nemmeno più memoria. Si attribuiscono una forza che non hanno: la loro durezza è disperazione. Incapaci di andare al fondo di se stesse sono del tutto inadeguate a capire il mondo dell’infanzia.
Sono le classiche madri che credono di sapere tutto del loro figlio, che programmano la sua vita, lo definiscono, lo interpretano. Senza capirci davvero nulla. Non hanno più un contatto con la bambina che sono state, con la delicatezza e l’energia dell’infanzia. Non si ricordano che i bambini sono creature senza pelle, da proteggere senza soffocare, perché proprio da quell’assenza di barriere deriva la loro plasticità, la creatività, la freschezza dei loro sentimenti e delle loro percezioni.
L’infanzia violata e l'abuso emotivo invisibile
L’infanzia della bambina che diventa madre di sua madre è un’infanzia violata. Sempre. Segnata da un abuso emotivo di cui porterà i segni tutta la vita. Non è solo una questione di un peso troppo grande da portare, così grande da schiacciare. E nemmeno la condanna ai colori sbiaditi, alla nostalgia di una felicità che non si è nemmeno assaggiata.
L’abuso, privando della leggerezza necessaria ad esplorare, negando l’autorizzazione a correre, socializzare, sperimentare, non toglie solo benessere ma anche la possibilità di sviluppare una consapevolezza di sé e del mondo piena. Come fa una creatura a svilupparsi in tutte le sue potenzialità se quella che dovrebbe essere la sua base sicura, il luogo a cui tornare per ricaricarsi dalle inevitabili frustrazioni del suo esplorare, dipende dalla sua presenza fissa e consolatoria? Come fa a staccarsi senza essere assediata dai sensi di colpa, quelli legati al puro e semplice fatto d’ esser piena di vita? Come fa ad andare quando il suo punto fisso non le nasconde la sua disfatta esistenziale? Quando il grido d’aiuto si mescola a un ruolo guida falso, il cui unico scopo è trattenere accanto a sé il proprio gioiello, la fonte della consolazione?
Il distacco difficile: adolescenza e ribellione salvifica
Nelle situazioni meno compromesse di solito l’adolescenza offre la grande occasione per il distacco. La ragazzina, grazie alle situazioni sociali in cui è totalmente libera di mettersi in gioco e in virtù dello sviluppo del pensiero astratto, comincia a capire che quel laccio stretto non solo le fa male, ma non è nemmeno sano. Ora ha gli strumenti per vedere la madre a tutto tondo, non solo per sentirne visceralmente i patimenti. E per elaborare pensieri complessi, che toccano il piano esistenziale. Il principio di responsabilità viene interpretato in entrambe le direzioni. Ma la mamma non è anche lei responsabile di se stessa? Perché si aspetta tutto questo da me? Cosa vuole? La vita non è mia? Devo esserle grata col sangue per avermi messo la mondo? Non si nasce per diventare chi si si è?
La ribellione adolescenziale, quando c’è, è salvifica per la figlia, però al tempo stesso infligge un colpo tremendo alla madre. Tenuta in vita dalla devozione filiale e dall’autoinganno di educatrice, si ritrova sempre di più alle prese con quel vuoto a cui credeva d’esser riuscita a scappare grazie all’oggetto figlia.
La reazione materna: vittimismo, invidia e ricatti morali
La depressione spesso irrompe nella sua vita, di nuovo senza possibilità che diventi lo stimolo a prendere finalmente in mano il proprio benessere psicologico. Il vittimismo rafforza le sue radici, rendendo sempre più arduo il compito di staccarsi da parte della ragazza.
Il rapporto, segnato da conflitti e amarezze, ingloba silenzi, ripicche, piccinerie e sgambetti innominabili. La rabbia materna per la perdita del suo oggetto si trasforma in invidia e distruttività. Come osi tu aspirare ad esser felice? Te lo impedirò, con ogni mezzo. Ragionamento quasi mai formulato a tavolino, un discorso inconscio che affiora come un veleno, più che come una parola strutturata.
Alcune donne arrivano a questo livello di consapevolezza da adulte, dopo essere state succubi per tutta la vita dei ricatti più o meno sottili delle loro genitrici. Si sposano, non di rado per desiderio di fuga, più che per dedizione. Il matrimonio offre un riparo, in qualche caso soltanto immaginario. E se mettono al mondo dei figli, il tempo per loro è cronicamente poco, perché la madre reclama attenzioni, alla sera dopo il lavoro, nel tempo libero, durante le vacanze. E vanno avanti lo stesso a sacrificare tempo, affetti ed energie per stare appresso ai guai delle anziane madri, che siano economici o di salute. L’occasione della vedovanza infine rinnova l’appello alla cura e alla compassione.
Come gestire una madre così, che manipola attraverso il silenzio o il vittimismo?
Incontrare uno psicoterapeuta o uno psicoanalista esperto in queste dinamiche aiuta a ridare dignità all’esperienza soggettiva e a rafforzare quel senso di risveglio che in molte sperimentano arrivate nel bel mezzo del cammin.
C’è da dire che in parecchie storie cliniche questo tipo di materno emerge fra le righe, ma difficilmente viene tradotto in parola con rigore, proprio per la pertinacia del senso di colpa che impedisce di mettere in discussione la figura della madre.
Chi riesce in questo lavoro, anche attraversando tutta la gamma emotiva che va dalla rabbia, al vuoto, alla pena infinita per sé e per l’altra, ha già vinto la partita della separazione e della riappropriazione di sé.
Il punto infatti non è demolire la figura materna per il gusto di farlo. E nemmeno arrivare ad abbandonarla con risentimento al suo destino. La vera posta in gioco è dare dignità al proprio sentire, vedere chiaramente in se stessi, liberarsi. Per giungere in fine a quell’integrazione interiore, altrimenti impossibile, che sola può restituire un senso di autostima e centratura autentico.
Il benessere psicologico è questo, è vedere in profondità, accogliere le brutture che tornano a galla e dirsi: sì, è questo che mi è successo, ma io sono qui, intera, viva.