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Phubbing: quando il cellulare rovina le relazioni umane

Ragazza guarda il cellulare ignorando l'amica seduta accanto a lei, davanti ad una birra immagine generata da Sibilla Ulivi

Essere ignorati per il cellulare: gli effetti psicologici del phubbing

Phone” e “Snubbing” (snobbare) si fondono insieme e danno luogo al neologismo “Phubbing”, che assume allora il significato di ignorare l’interlocutore guardando lo schermo del cellulare.
Questa pratica è in effetti entrata a far parte del nostro vivere sociale e perfino familiare.

A chiunque ormai capitano momenti di disattenzione nei confronti di un collega, un amico o il partner dovuti alla onnipresenza del dispositivo mobile in tutti i momenti della giornata.

La frustrazione che ne deriva impatta sotteraneamente ma fortemente nelle relazioni, nella misura in cui le persone si stanno progressivamente assuefando a una superficialità comunicativa e alla labilità della connessione emotiva con l’altro.

Snobbare l’altro: quando il gesto è involontario

L’utilizzo “squalificante” dello smartphone può essere involontario o intenzionale. Quando è non voluto in genere lo si percepisce con chiarezza, la persona è semplicemente distratta oppure è in ansia per le notifiche del lavoro o dei social media, che ormai irrompono senza rispetto nel bel mezzo delle conversazioni (persino durante le sedute di psicoterapia!).

In questi atteggiamenti si vede nitidamente l’effetto schiavizzante della tecnologia sull’uomo, “costretto” a controllare compulsivamente il telefono “perché così si fa”, perché, come notava finemente un mio paziente oberato di lavoro, “l’altro sa che le notifiche si vedono all’istante”.

Da comodo strumento il cellulare si è trasformato in un mezzo di controllo sociale, che non consente tregua dal lavoro, dalla competizione e dalla risposta immediata, nemmeno durante momenti di relax o situazioni particolari come visite specialistiche o colloqui di terapia.

Anche i vari Facebook Instagram e Whatsapp intrudono pesantemente nella vita di relazione reale, nel qui ed ora dello scambio con l’altro, perché ripropongono incessantemente l’elemento virtuale, esasperandolo e ingigantendone l’importanza rispetto al momento presente.

Le persone così si ritrovano catapultate in scenari che non esistono nel loro vissuto attuale, magari stanno chiacchierando con un’amica davanti ad un birra e in un attimo si ritrovano con la notifica dell’ex che gioca a pallavolo in spiaggia con la nuova fiamma.

Il bel momento di convivialità è non solo rovinato, ma viene anche disturbata la possibilità della mente di pensare ad altro, per via dell’indebita irruzione di un mondo parallelo e artificiale. Anche quando ignorata quella notifica si ficca nel subconscio, condizionandolo con immagini e pensieri non funzionali, che spingono in maniera malsana a volerne sapere di più.

Viene quindi dedicato ulteriore tempo in ricerche sterili di informazioni ed immagini relative a quella situazione, incrementando l’uso “tossico”dei social, a conti fatti nettamente peggiorativo sia sul piano dell’amicizia che del benessere personale.

Le persone, a causa dell’oggetto cellulare, si perdono in mondi che non esistono, in congetture, in paure, come ipnotizzate, di fatto rese incapaci di godere della presenza fisica di chi sta loro intorno.

La relazione umana, viva e reale, ne fa le spese. Basta ormai guardarsi ovunque intorno nelle grandi città. Sui mezzi pubblici, per strada si possono osservare teste inclinate, sguardi bassi, gente che non si accorge di nulla perché china sul proprio smartphone.

La connessione da cellulare crea disconnessione umana, non solo dal contatto con l’altro ma anche da tutto l’ambiente circostante. Viene a perdersi la capacità di osservare, di riflettere, di assorbire le vibrazioni che provengono dal contesto, i rumori, i colori, le sensazioni.

L’essere umano si chiude su se stesso, perdendo le possibilità vitali e creative legate al suo essere strutturalmente aperto agli stimoli, all’interazione con l’alterità reale.

La depauperazione avviene sul piano emotivo, sensoriale e cognitivo: vengono perse in questo modo preziose occasioni di stimolazione mentale e perfino di adattamento ambientale, così che la plasticità cognitiva si riduce e si appiattisce nel bombardamento passivizzante degli slogan social.

L’ostentazione intenzionale del disinteresse: quando il cellulare è un’arma

A volte perdersi nello scrollare le notifiche del telefono può costituire un atto deliberato per emettere chiari segnali di disinteresse verso l’interlocutore, magari per far cadere una conversazione a cui non si è interessati o per mortificare qualcuno che sta parlando durante una noiosa riunione di lavoro.

Tirare fuori il telefono in situazioni sociali può quindi assumere la significazione, ormai condivisa, del “non mi interessi, non ti ascolto”, senza che la scortesia sia considerata tale.

Un comportamento poco “fair” (se non addirittura maleducato) è quindi entrato a pieno titolo nel ventaglio degli atteggiamenti comunicativi non verbali legittimi.

Il libero accesso al telefono in situazioni formali come le lezioni scolastiche, le riunioni di lavoro, i colloqui con specialisti o visite mediche ha legittimato l’uso del telefono come strumento per far fuori l’altro, senza che ci si debba prendere la briga di prendere carta e penna e mettersi a scarabocchiare un foglio, gesto classico che esprimeva noia prima dell’avvento massiccio dei telefonini.

Scarabocchiare un foglio o guardarsi intorno annoiati manteneva comunque il contatto d’ascolto con chi stava parlando, anzi, in alcuni casi stimolava un cambiamento di registro nell'interlocutore, permettendo un pensiero critico, una domanda, un qualche confronto.

Il telefono invece butta fuori completamente l’altro perché l’ascolto non può viaggiare su due canali contemporaneamente, chattare al telefono o sbirciare la chat è incompatibile con ascoltare davvero, costituisce una distrazione, lunga o breve che sia.

Per i ragazzi in età evolutiva si tratta di un’abitudine pessima che sta già indebolendo il senso del rispetto e dell’autorevolezza dell’altro. Per gli adulti è un triste escamotage che non contribuisce affatto al benessere relazionale, sia nella relazione duale che di gruppo.

Esserci fisicamente, trovarsi accanto a qualcuno che si conosce facendo contemporaneamente i fatti propri  è un peccato e perfino una forma di violenza.

Come tutelarsi dall’uso smodato dei device

Primo Levi in un suo scritto sosteneva che negare la comunicazione non fosse un diritto dell’uomo ma una forma di violenza, dal momento che la nostra natura umana è comunicativa. Tutti noi abbiamo bisgno di riconoscimento da parte dell'altro, quindi quando decidiamo di non considerare il nostro vicino desideroso di attenzioni stiamo esercitando un atto violento.

Un po’ come accade nel non rispondere ai messaggi, quando garbati e non invadenti; se non lo facciamo intenzionalmente e non per dimenticanza stiamo compiendo una precisa scelta, di cui sarebbe importante prendere consapevolezza.

L’uso smodato del telefonino quindi, sia esso intenzionale che non, sta impoverendoci emotivamente, cognitivamente e umanamente, rendendoci sempre più anafettivi, disconnessi e violenti gli uni con gli altri.

Diventeremo capaci di interagire solo con le macchine? Solo con realtà artificiali, finte, e che magari fanno pure “mirroring” come i nuovi device dell’AI?

Un punto è ormai chiaro, le macchine stanno prendendo il sopravvento su di noi, schiavizzandoci e rendendoci sempre più stupidi e aggressivi. Ma la colpa non è nel cellulare, noi abbiamo ormai una responsabilità in tutto ciò. Possiamo decidere di  mettere da parte i device e di utilizzarli con criterio, non permettendo che loro utilizzino e impoveriscano noi, la nostra creatività e umanità.

Per fare questo bisogna “voler essere” persone forti, capaci e preparate, volerlo fortemente.

Per chi è intossicato può essere utile capire di avere un problema di dipendenza e farsi aiutare, a partire da percorsi di “digital detox” propedeutici magari a un lavoro di parola in psicoterapia.

Perdita di interesse , Aiuto psicoterapeutico

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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