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Cercare la felicità o imparare a vivere la gioia? La differenza che cambia tutto

Un dipinto impressionista diviso: in alto, una scena frenetica e infuocata con una figura che insegue invano una farfalla d'oro (la felicità effimera) ai piedi di una regina tirannica. In basso, la serenità notturna di una donna seduta in riva a ninfee (stile Monet), che emana musica e luce da una lanterna (la gioia interiore). L'immagine simboleggia il contrasto tra l'affannosa ricerca esterna e la pacifica ricchezza interiore.

La trappola della ricerca: la felicità come tiranna capricciosa

Le persone cercano la felicità, si dannano perché non la trovano o perché ne sperimentano troppo poca. La felicità come arriva se ne va, è un attimo, un istante, una scarica di adrenalina non destinata a durare. Si nasconde nella presenza di qualcosa o di qualcuno, ne assume le sembianze e genera tormento, rincorsa, illusione di poter essere afferrata una volta per tutte.

Nulla e nessuno bastano mai a tenerla ferma lì, a non farla scivolare via, a farla restare per sempre: lei ama tenere i suoi schiavi ai propri piedi, non può concedersi se non con parsimonia, come un’apparizione, un evento, una regina capricciosa e tirannica innamorata solo di se stessa.

La felicità si lega dunque all’immagine e al possesso dell’oggetto (sia esso una cosa, una persona o uno status di successo), ha il potere di soggiogare la volontà e di ridurre l’esistenza a un’infinita ricerca destinata alla scacco. Con la sua maschera scintillante e le emozioni che suscita instupidisce e intorpidisce le facoltà mentali, condannando le persone in schemi di ripetizione, in storie senza senso, il cui finale coincide sempre con il ritorno all’inizio del copione.

Il paradosso dell'edonismo: quando la felicità diventa un valore supremo

Quando la ricerca della felicità viene elevata a valore supremo della vita sono guai: lo vediamo oggi molto bene, nella società edonista in cui viviamo.

Accecati e schiavizzati gli esseri umani sono sempre più violenti, più soli, più focalizzati sul denaro, che da strumento per accaparrarsi una fetta di felicità, ha finito col diventare il fine ultimo nonché il mezzo per valutare la dignità della propria esistenza.

Il denaro misura la felicità non perché ne assicura la permanenza, ma perché ne garantisce l’eterna, insensata rincorsa. Chi ne è privo non si salva di certo, perché ne vuole e perché si sente escluso dalla festa collettiva, umiliato dall’impossibilità di parteciparvi o animato dallo smodato desiderio di sfondare.

La fragilità dell'uomo contemporaneo: crisi di astinenza e infelicità

L’uomo contemporaneo è come un drogato in perenne crisi di astinenza, sia egli ricco o povero. Le sue qualità morali, relazionali e intellettuali si sono affievolite, così come la sua resilienza, la sua capacità di far fronte alle frustrazioni e di resistere all’abisso.

Egli è un uomo fragile, fragilissimo, in balia dei picchi di felicità provocata dal consumo e della tristezza feroce e irrequieta dell’assenza dell’oggetto. E’ allora chiaro quanto sia fallimentare avere come obiettivo nella vita essere felici: rincorrere la felicità genera infelicità, infiacchisce, aumenta i livelli di rabbia e di frustrazione, inquina i rapporti umani e rinchiude nella solitudine dell’utilitarismo.

Il cambio di prospettiva: perché puntare alla gioia

Più che alla felicità sarebbe più sano e più saggio puntare alla gioia, che è tutto un altro discorso.

La gioia non ha picchi, non è volatile, non si appoggia sugli oggetti (o sulle persone ridotte a tali), non si traveste con abiti sgargianti e non tiranneggia nessuno. E’ inclusiva perché lascia spazio ai chiaro scuri, ai momenti no, alle malinconie. E’ forte perché non si impone con violenza ma si fa strada per contagio, come una musica dolce che sottilmente trasforma serate amare in notti stellate. Le sue ricchezze non si misurano in danaro, sono potenzialmente infinite e non si possono rubare, perché stanno nell’animo e nello sguardo sul mondo.

Gioia: definizione psicologica e condizione interiore

Che cos’è allora questa gioia? In termini concreti e psicologici dove si trova?

La gioia è uno stato dell’animo, una condizione interiore di fondo simile allo stupore e al senso di meraviglia tipici dei bambini piccoli, una dimensione pacifica, di natura non passionale, orientata all’amore e all’armonia. Non corrisponde all’ingenuità (anche se ne condivide la sfumatura sognante), perché può tranquillamente restare viva in persone mature e “smaliziate”, che molto sanno e molto hanno sperimentato del lato oscuro della natura umana.

La gioia come antidoto: valori, spiritualità e benessere

La gioia potremmo definirla come il contrario del cinismo disincantato, della depressione cupa e della disperazione senza rimedio. Ha un rapporto con i valori della bontà e della carità, del rispetto e dell’accettazione, dell’umiltà e della temperanza ma tale relazione non è di natura “mentale” (ovvero mediata dal “voler essere buoni e giusti”) ma spontanea, come un canto che viene dall’interno, una leggerezza di spirito che si avverte con poco, nelle pieghe delle giornate ordinarie, nei momenti non programmati, negli scambi “disarmati”con gli altri, nelle piccole soddisfazioni di natura non materiale.

Coltivare la gioia aiuta a vivere anche in questo mondo impazzito, funge da antidoto all’abbrutimento e promuove benessere psicologico, personale e relazionale.

Conclusione: accettazione, gratitudine e il piacere di esistere

La gioia ci connette e ci riappacifica con le nostre radici interiori, rappresenta la possibilità di guardare alla nostra vita come a un disegno perfetto, al netto di tutte le sue “imperfezioni” esteriori, i suoi dolori, le sue erranze, i suoi errori.

Questo perché essa si manifesta là dove si sospende il giudizio, si fa silenzio rispetto al rumore di fondo delle passioni e si entra in uno stato di accettazione incondizionata, di gratitudine e di piacere legato al puro fatto di esistere e di vibrare in questo mondo.

Disagio contemporaneo

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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