Narcisismo tra mito e clinica: le sfumature di Christopher Bollas
Andy Warhol, Self-Portrait, 1966 © 2026 Andy Warhol Foundation for the Visual Arts / Artists Rights Society (ARS), New York
Oltre il narcisismo "pop": la necessità di rigore
Oggi il tema del narcisismo è diventato estremamente "pop". Il termine è così inflazionato che spesso ci si imbatte in descrizioni della personalità narcisistica che potrebbero appartenere a tutt’altre strutture psicologiche.
Un autore che, a mio avviso, descrive con estrema precisione le sfumature di questa condizione è Christopher Bollas. La sua distinzione cruciale tra narcisista positivo e narcisista negativo non solo orienta i clinici nella terapia, ma risulta preziosa anche per chi si trova a interagire con queste personalità nella vita privata.
Troppo spesso, infatti, si confonde il narcisista con il classico "stronzo" o con l’uomo egoista che ha un debole per il genere femminile. Si ha l'impressione che basti un atteggiamento ambiguo, unito a una tendenza evitante, perché un uomo venga immediatamente etichettato come patologico. Tuttavia, affinché si possa parlare di narcisismo vero e proprio, è necessario rintracciare un pattern specifico di relazione oggettuale e una modalità di reazione che qualifichi strettamente questa categoria.
La genesi del Sé narcisistico
Entrambe le tipologie descritte da Bollas affondano le radici in una simbiosi materna eccessiva, a cui il bambino ha rimediato sostituendo la figura materna con il proprio Io. Per difendersi da un'invasione dei propri confini, questi soggetti hanno imparato a fare a meno dell'altro, eleggendo se stessi come unico orizzonte di riferimento.
L’investimento emotivo è totalmente rivolto all’Io a discapito dell'altro, verso il quale non riescono a nutrire un sentimento autentico d'amore. L'altro non è irrilevante, ma il rapporto con lui diventa estremamente complesso.
Il narcisista positivo (esibizionista)
Il narcisista positivo è colui che desidera essere costantemente ammirato. In questo caso la relazione "tiene", ma a una condizione precisa: l’altro deve essere un follower, un satellite che orbita intorno a lui, e non una persona con cui confrontarsi o avere opinioni divergenti. Questa personalità ha un bisogno vitale di essere amata e idealizzata. Da bambino, ha percepito che le proprie esigenze non venivano considerate; al contrario, era lui a doversi fare carico delle fragilità e dei bisogni irrisolti del caregiver.
La necessità di idealizzazione nasce proprio dalla mancanza di un amore incondizionato, l'unica condizione che permette di integrare le parti "belle" e quelle "negative" di sé. Il narcisista non tollera il proprio limite, poiché lo interpreta come una macchia indelebile. È cresciuto sentendo di dover essere sempre "bello e bravo" per gli occhi della madre. Il suo senso di superiorità ha dunque una funzione difensiva: gli serve per sentirsi reale e degno di esistere.
Le persone sono ammesse nel suo mondo solo se confermano questa superiorità; se provano a metterla in discussione, vengono sminuite o allontanate. Anche la scarsa empatia non è un semplice disinteresse, ma riflette l'insensibilità che il soggetto ha sviluppato verso la propria parte ferita. Sebbene possa avere una cerchia sociale ampia, i suoi rapporti restano superficiali. È spesso un mitomane: ambizioso e sognatore, arriva a inventare storie avventurose per alimentare la propria immagine, circondandosi di persone riconoscenti che ne confermano il valore.
Il narcisista negativo (spietato)
Diametralmente opposta è la personalità spietata, in cui prevale l'introversione. Il nucleo è il medesimo, ma l’odio verso la relazione oggettuale primaria è molto più marcato, rendendo la distruttività relazionale il tratto distintivo. Queste persone mirano all'autarchia: vogliono essere totalmente indipendenti dall'altro. Quando sentono che un'emozione sta per attecchire in un rapporto, devono sabotarlo per non perdere il proprio equilibrio.
Per questa categoria l'amore è un territorio minaccioso. Non essendo empatici, frustrano le necessità del partner e cercano di controllarlo attraverso una sorta di onnipotenza psichica. La sofferenza dell'altro li rassicura, perché conferma il loro dominio sulla situazione. Bollas parla qui di "malafede": non è la bugia del megalomane, ma un depistaggio intenzionale, un "fumogeno" lanciato per confondere l'altro e poi poterlo criticare come incapace.
Sono soggetti capaci di troncare un rapporto da un momento all'altro non appena percepiscono un attaccamento che minaccia la loro autosufficienza. Interiormente sono aridi; davanti a persone ricche di talento o vita emotiva, provano un'invidia distruttiva che li mette di fronte alla piattezza della propria esistenza.
Il lavoro in psicoterapia
In ambito terapeutico, queste due categorie richiedono approcci differenti che sfidano la tenuta del clinico in modi opposti. Per il narcisista esibizionista, la terapia può offrire un "palcoscenico" che, se ben gestito, permette di abbassare gradualmente le difese; la fiducia consente di togliere la maschera e di entrare in contatto con la propria ferita in un ambiente protetto, portando spesso a cambiamenti clamorosi quando le difese narcisistiche cedono.
La personalità può raggiungere un livello di integrazione superiore con enorme beneficio per il paziente e il suo ambiente. La minor dipendenza dall'immagine splendente libera e armonizza il carattere.
Al contrario, per il narcisista negativo la sfida è molto più ardua, poiché egli tende a essere distruttivo anche con l'analista, trasformando le sedute in "duelli" volti ad avere ragione attraverso il tipico "Lo so già".
In questi casi, la sensazione del terapeuta è quella di essere un "inquisitore" piuttosto che un alleato, e la strategia principale diventa la sopravvivenza: restando saldo nonostante la distruttività del paziente, l'analista offre un modello di relazione antitetico a quello traumatico vissuto dal soggetto.
Nel tempo questo lavoro può dare frutti, diminuire la componente d'allerta di stampo paranoide e ammorbidire la tendenza a controllare gli altri. Se l'oggetto sopravvive significa che la lotta non è l'unica modalità possibile per avere a che fare con l'altro. Si può anche abbassare la guardia e rilassarsi.
La terapia non è una minaccia all'integrità del sè ma un arricchimento, così come il terapeuta può essere percepito come un alleato. Allora guardarsi dentro non è più umiliante, si può scoprire che fa stare meglio, pur nel rispetto delle barriere e dei limiti imposti dalla propria struttura di personalità.
Per approfondire il pensiero di Christopher Bollas vedi anche i seguenti articoli: