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L’ostilità silenziosa: come riconoscere e gestire la personalità passivo-aggressiva

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Cos'è davvero la personalità passivo-aggressiva?

Sorridi e a malapena ti guarda, fai un complimento e lo vedi cadere nel vuoto, tenti una conversazione e ti risponde a monosillabi o smonta qualsiasi cosa tu dica, da un’osservazione sul tempo a un’opinione personale. Più sei diretto, aperto ed empatico e più lo infastidisci. Sembra che sia la tua stessa vitalità a dargli noia, e non importa che tu gliene stia donando un pezzettino. Il godimento del ritiro e della mortificazione è più forte di quello che vivrebbe abbandonandosi al calore che offri.

Infatti, facendoti sentire sbagliato o in colpa, cerca di esercitare un controllo su di te. Spera che quel malessere che ti inocula dentro ti porti a cambiare i tuoi piani o le tue idee, in suo favore. É il suo modo per tenerti lì, in un legame vischioso di dipendenza affettiva. Soffocante, frustrante per te e nutriente in modo patologico per lui.

Le cause profonde del comportamento passivo-aggressivo

Il soggetto passivo- aggressivo si comporta così perché non è diventato capace di darsi da sé il nutrimento di cui necessita. Se gliene porgi garbatamente un pezzetto, con un’attenzione o un ascolto particolari, a lui non va bene perché sa che finirà, e che poi inevitabilmente subentrerà un distacco. É proprio la sana distanza dall’altro a non saper gestire, quella precondizione che rende gli scambi umani piacevoli e arricchenti.  E che si interiorizza molto presto nella vita. La mancata possibilità di vivere la propria solitudine esistenziale in pienezza, grazie all’acquisizione di strumenti di auto consolazione, lo rende costantemente dipendente dall’altro.

Alterazioni significative nel rapporto con le figure affettive di riferimento, nonché una mancata elaborazione degli aspetti disfunzionali della relazione primaria, porta a sviluppare un senso di rabbia inconscia nei confronti dell’altro, vissuto come qualcuno che tanto prima o poi abbandonerà.

Ma, accanto all’aggressività, convive il bisogno insoddisfatto di cura e di attenzioni. Recuperato per mezzo della sottrazione anziché della domanda diretta. In questo modo viene appagata  la pulsione aggressiva, rimossa, mentre una qualche forma di attenzione è assicurata.

Spesso soggetti così riescono nel loro intento con persone molto empatiche o inclini all’analisi esagerata di sé. E se queste ultime finiscono per stancarsi o arrabbiarsi apertamente:

  • mostrano sorpresa, unita a disappunto e rimprovero.
  • insistono nel tentativo di manipolazione emotiva, disattivabile soltanto attraverso il riconoscimento della dinamica.

L’ignara vittima in genere si illude di poter cambiare questo modo di fare tramite rassicurazioni, sacrifici, dimostrazioni tangibili di presenza e di cura, che però non bastano mai. L’unico modo per uscirne è la presa d’atto e la delimitazione di confini chiari, sia in termini di tempo che di ascolto.

I sintomi invisibili e il silenzio punitivo

Esistono poi dei modi di fare che possono essere riconosciuti come tipici della modalità manipolatoria passivo aggressiva:

  • il silenzio punitivo: è il meccanismo di sottrazione più usato. Ti tolgo la parola per costringerti a interrogarti sulle tue colpe, per rovinarti la serenità e portarti a pensare ossessivamente a quanto successo.
  • la procrastinazione e il ritiro: scuse dell’ultimo minuto, ritardi non giustificati e mostrare stupore verso la rabbia manifesta dell’altro.
  • sarcasmo e ambiguità: dare ragione per poi ridicolizzare con battutine sarcastiche che non fanno ridere nessuno se non chi le pronuncia.
  • manipolazioni celate: i rimproveri mascherati dal “lo dico per il tuo bene” o le imposizioni nascoste nel “fallo per me”.

Tenere l’altro in scacco nuoce in primis al manipolatore perché impedisce di accedere a modi sani di risolvere i propri problemi. Rendendo così inetti nella vita.

La percezione che si ha, interagendo con un passivo aggressivo, è quella di trovarsi su un mezzo di trasporto che procede a singhiozzo. Come ho già analizzato parlando di esprimere o reprimere la rabbia , fuggire dal confronto diretto è una rinuncia alla propria soggettività.

L'incapacità di abitare il conflitto

Per gestire un conflitto in maniera risoluta e ferma bisogna riposare sulla convinzione granitica che un attaccamento sicuro non si rompe per delle vedute divergenti. Ma quando nell’infanzia si è cresciuti esposti alla modalità del “ritiro dell’affetto”, si rischia di diventare persone incapaci di dire di no apertamente.

Per paura di perdere la connessione, e per vendetta sull’altro frustrante, si preferisce optare per modalità indirette, che spiazzano per la loro carica ostile non motivata. Questo meccanismo richiama spesso le dinamiche della depressione e del ritiro emotivo come difesa.

Come sopravvivere a un partner o un collega passivo-aggressivo

L’arma più efficace è quella della comprensione. Una volta compresa la dinamica si può disattivare il meccanismo semplicemente evitando di finirci dentro seguendo queste direttrici:

  • diminuire l’empatia: fondamentale per portare il rapporto sul piano paritario, non sbilanciato dai sensi di colpa.
  • restare centrati: chiudere rapidamente eventuali polemiche, stare sui fatti e non sulle cause, utilizzare difese psichiche evolute come la razionalizzazione.
  • ridimensionare le aspettative: limitare il desiderio che l’altro non sia quello che non può essere e dimostrare neutralità benevola.
  • stabilire confini chiari: tenere alta la propria autostima, non farsi vampirizzare e restare fermi su quanto si può dare in termini di ascolto e tempo.

La riconquista della propria vitalità

Uscire dallo scacco matto della personalità passivo-aggressiva non significa "vincere" una battaglia comunicativa, ma smettere di nutrire un legame parassitario con la propria sofferenza. Il vero cambiamento non avviene quando l’altro decide finalmente di parlare, ma quando noi smettiamo di attendere quella parola come se fosse l'unica fonte di salvezza.

Restituire al passivo-aggressivo la responsabilità del suo silenzio è l'unico atto di cura possibile — per lui, ma soprattutto per noi stessi. Solo rivolgendo lo sguardo altrove, verso spazi di realizzazione autentica e desideri non mediati dal ricatto affettivo, si può rompere l'ostilità che prospera solo finché trova qualcuno disposto a lasciarla crescere.

Guarire dai sintomi, Gestione della rabbia

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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