Stabilire i confini nelle relazioni: quando l’empatia è un limite
Stabilire confini emotivi: come evitare l'incastro fra empatici e anaffettivi
Le persone empatiche e attente alle esigenze dell’altro sono quelle più a rischio di venir schiacciate nelle relazioni, soprattutto quando incrociano nel loro cammino soggetti sostanzialmente anaffettivi e/o con tendenze alla manipolazione emotiva.
Spesso purtroppo si verificano delle vere e proprie “attrazioni fatali" fra caratteri estremamente orientati alla cura e personalità narcisistiche (incapaci di dare amore ma propense a ricevere attenzioni) proprio perché entrambi nell’incontro con l’altro appagano esigenze profonde non pienamente elaborate, in genere strutturatesi nell’infanzia.
La sensibilità emotiva, se di per sé non è un limite ma una risorsa preziosa, può diventare un ostacolo se chi ne è dotato non riesce a cogliere la differenza fra un rapporto dove ci si può lasciare andare tranquillamente alla propria natura in un clima di rispetto e di reciprocità, e una relazione tossica, in cui gli egoismi, i ricatti emotivi e l’invadenza dei confini altrui si palesano senza freni.
Tale dinamica si stabilisce soprattutto in campo amoroso e amicale, ma essa può verificarsi persino in ambito sociale o lavorativo, quando il clima informale favorisce l’ambiguo mix di vita lavorativa e privata.
La perdita di energie, risorse e occasioni per realizzare se stessi è assicurata quando manca un tempestivo riconoscimento dello sfruttamento interpersonale in atto, spesso associato alla sistematica violazione del limite del rispetto e della collaborazione.
Empatia e relazioni tossiche: un'attrazione che affonda nel passato
Spesso il partner, l’amico o il collega emotivamente freddo ma invadente, proprio perché sul piano inconscio risulta particolarmente appetibile, non viene assolutamente visto per quello che è veramente come persona, in un accecamento che trova la sua spiegazione nella somiglianza con certe figure di accudimento dell’infanzia.
Salvare l’altro sofferente e indisponibile è la “mission” inconscia di molti empatici, che nel loro passato hanno sviluppato precocemente doti di ascolto e di sostegno verso genitori disfunzionali, dalla cui influenza negativa tuttavia non si sono mai totalmente emancipati.
Nello loro psichismo si annida una specie di automatismo di ripetizione, che porta a ricercare praticamente ovunque partner abusanti, nella speranza di poter finalmente arrivare a ricostituire l’”oggetto buono”, ovvero il genitore psicologicamente sano e amorevole.
Il costo invisibile di voler salvare chi non vuole essere salvato
Sull’altare della “salvazione” questi soggetti sono disposti a farsi fare del male, a sopportare angherie, mancanze di considerazione, limitazioni della propria libertà, controlli ossessivi e atteggiamenti di “gaslighting”pur di raggiungere il “cuore” dell’altro, in realtà spessissimo non scongelabile in alcun modo.
Per questo motivo una condotta simile, esageratamente tollerante e accogliente, appare illogica e impermeabile ai consigli di buon senso degli amici o degli psicoterapeuti troppo concentrati sul piano comportamentale.
Infatti suggerire di mettere dei paletti, consigliare di sfilarsi dal rapporto o di attuare il così detto “no contact” risulta un atto ingenuo e del tutto inutile se non vengono nel frattempo affrontate le motivazioni profonde che si annidano dietro alla sopportazione masochistica di tale invasività.
Inoltre se non è il soggetto stesso a rendersi conto della trappola mortifera in cui si va cacciare ogni volta che si lega a qualcuno con caratteristiche abusanti nessuna consapevolezza può essergli trasfusa, nemmeno dal curante più capace e preparato.
Imparare a porre confini: il clic mentale che cambia tutto
La presa d’atto può arrivare alla coscienza come un lampo di consapevolezza improvvisa, il famoso “clic”mentale che si verifica da sé senza alcun sforzo intenzionale, magari a seguito di episodi eclatanti, oppure senza strappi, come esito naturale di un lavoro introspettivo continuo.
In ogni caso qualcosa cambia irrimediabilmente nel proprio intimo, non tanto e non solo in relazione a una persona specifica, ma più in generale verso l’altro in quanto tale.
Vedere la propria implicazione nella moltiplicazione di rapporti frustranti scagiona la singola persona e fa decadere la rabbia nei suoi confronti.
In questo movimento infatti si capisce che la colpa della propria frustrazione non è fuori di sè, nel tal individuo, ma nella propria disponibilità ad averci a che fare oltre un certo livello.
Le red flag ignorate: quando il disagio diventa attrazione
Spesso infatti ci si ritrova ad un punto di crisi nelle relazioni dopo che le tanto citate “red flag” erano già tutte presenti e percepite perfettamente. Esse però erano state ignorate, per via del desiderio cocente di approfondire il rapporto proprio in virtù del disagio reperito nell’altro.
Scagionato il colpevole diventa possibile mettersi a tu per tu con se stessi e chiedersi le ragioni della propria appassionata volontà di guarire il prossimo.
Può inaspettatamente saltare fuori un senso di colpa inconscio molto forte, legato alla percezione avvenuta da piccoli di non potersi sottrarre alla cura dell’altro malato, pena la morte psichica di entrambi. Ad esempio abbandonare psicologicamente una madre fredda e irraggiungibile, anche semplicemente concedendosi sentimenti di odio e di rabbia nei suoi confronti, poteva infatti equivalere a perdere la “madre interiore”, buona e disponibile.
Liberarsi dal passato per costruire confini sani e relazioni sane
E come sopravvivere senza questa figura interiore? Meglio sopportare tutto e impegnarsi per attirarla finalmente a sé, piuttosto che correre il rischio di restare interiormente vuoti e soli.
Addentrarsi in questi territori può risultare molto doloroso, ma sicuramente si tratta di un lavoro più efficace e fruttuoso rispetto al semplice adeguamento a mantra e consigli ragionevoli. L’irrazionalità non si combatte opponendole la razionalità tout court ma cercando in essa la chiave interpretativa di se stessa.
Mettersi in contatto e accettare come un fatto non più modificabile la propria sofferenza infantile e tutta l’impotenza percepita da bambini autorizza dal profondo nell’oggi l’autodifesa e la tutela dei propri confini, aprendo la via a rapporti più sani e basati sulla reciprocità.
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