Le conseguenze psicologiche della chirurgia estetica nelle giovani donne

L’illusione del ritocco e la perdita dell’identità
Sarebbero bellissime così come sono. Non avrebbero bisogno di nessun ritocco estetico, di nessun aggiustamento. Tuttavia il desiderio di conformarsi agli standard della moda piega le loro menti e i loro corpi, uniformandoli, privandoli dell’unica possibilità di successo nella vita, ovvero quella di "divenire ciò che si è".
La cancellazione dell’identità fissa smarrimento e fragilità, nonché dipendenza da pratiche inutili, perché finalizzate a sistemare difetti inesistenti.
Il malessere psicologico delle ragazze e il mito del narcisismo
Il disagio psicologico delle ragazze di oggi sta passando del tutto inosservato. Viene liquidato come effetto della società edonistica in cui viviamo, e infondo accettato come una nuova manifestazione di narcisismo femminile. Infondo le donne da sempre amano trucchi, vestiti e si prendono cura del loro corpo. É tipico del femminile il desiderio d’esser belle, quindi cosa ci sarebbe di male? E invece di male c’è tanto, vediamo perchè.
La cura del proprio aspetto normalmente proietta la giovane donna in un’atmosfera di sogno, in cui i colori dei rossetti, delle palette o degli abiti rovesciano un po’ della loro malia sulla sua grazia naturale, impreziosendola. Mentre l’inserimento della siringa incide direttamente nel reale, rompendo delicati equilibri.
Il rapporto con lo specchio si svuota di gioco e d’illusione, per consegnare al sentimento ansioso del risultato permanente e al disagio inesprimibile del non riconoscimento di sè. Creando circoli viziosi di accanimento verso una forma mai raggiungibile, perché irrimediabilmente compromessa dall’opera snaturante del chirurgo. Anche quando spacciata per opera d’arte, per lavoro da manuale o per ritocco discreto, l'opera ha sempre un che di artificiale.
Ogni volta in cui la mano dell’uomo si sostituisce a quella del creatore, il misterioso "quid" della bellezza individuale si perde, mentre l’anima si riempie di tormento. Se già nella mezza età il fenomeno risulta raggelante, perché al naturale deterioramento della bellezza (compensabile solo con accettazione e serenità d’animo) si aggiunge l’insulto del bisturi, nella gioventù assume tinte ancor più preoccupanti.
Filler e botox: la trasformazione dei volti in maschere di plastica
Solo girando in metropolitana o camminando per le vie di Milano, non si possono non notare visi giovanissimi alterati da smussamenti, filler e trattamenti di ogni tipo. I nasi tutti ugualmente dritti, spianati, sembrano non dialogare più con il resto del volto, irrigiditi in una sorta di trauma irreversibile. Le labbra gonfiate devono precocemente dire addio ai loro contorni raffinati. Mentre gli occhi, aperti dalle ritrazioni delle palpebre, assumono un’espressione di perenne stupore. Il tutto coperto da botox e trucchi pesanti, passati a strati come vernici.
La grana della pelle sparisce mentre questi volti si trasformano in maschere di plastica, che a vederle non solo non trasmettono nessuna emozione, nessuna gioia, ma veicolano anche un senso di fredda disperazione. Verrebbe voglia di strapparle via, e di restituire la forma originale.
La forza del carattere contro il condizionamento sociale
Fortunatamente capita ancora di notare numerose e rincuoranti obiezioni al dilagare del ritocco, un naso importante sfoggiato con fierezza, un labbro sottile che se ne infischia del turgore o un paio d’occhi vispi non sgranati come fari d’automobili. Si tratta di donne giovani e meno giovani dalle idee chiare e dalla forza di carattere ben radicata, sviluppata grazie a un senso critico personale coltivato nel corso della crescita.
La cultura e l’abitudine al pensiero spesso fungono da barriere alla follia del ritocco. Sono strumenti, quando davvero interiorizzati e non usati come mezzo di ostentazione, che consentono di andare al fondo delle insicurezze del sé e dei condizionamenti sociali.
A pensarci bene cosa significa questo voler la donna tutta nasino, labbroni e occhioni? Per non parlare della mania per i fianchi stretti, le gambe scheletriche e il seno gigante. Negli anni ottanta imperversava la Barbie, perturbatrice di crescite e di sane immagini corporee. La generazione attuale sembra allora realizzare nel concreto un fantasma già radicato nell’inconscio di quella precedente, l’aspirazione malata alla bambola di plastica.
Fragilità psicologica e oggettificazione della donna
Le giovani sono vittime di un condizionamento che non è nato con loro ma che l’accesso ai sistemi di “correzione” estetica disponibili oggi spinge ad attualizzare. Se per le donne dell’età di chi scrive esisteva la possibilità di elaborare e superare l’assurdità del canone americano della “pin up”, grazie alla riappropriazione del concetto di bellezza come espressione particolare e di quello dell'amore come incontro, per le ragazze di oggi pare non esserci scampo.
Il mondo non solo impone l’immaginario di successo della donna oggetto, ma offre anche i modi per arrivare a incarnarla. Fissando così una fragilità psicologica difficilissima da sanare, proprio perché suggellata da un marchio a fuoco sul corpo. L’equilibrio corpo mente si altera in maniera permanente, rendendo impossibile la liberazione dai condizionamenti, che restano incisi nella carne.
La fragilità si radicalizza, con risvolti non solo sul piano emotivo e interiore, ma anche su quello sociale. Quando la donna resta impigliata nella trasformazione dei suoi connotati sulla base delle caratteristiche che “dovrebbero” renderla bella, è condannata a rimanere inoffensiva sul piano competitivo con l’uomo, al netto delle varie quote rosa e dell’eventuale carriera aziendale.
Resta sempre al servizio del potere, come un oggetto le cui parti rigonfiate e ingigantite rappresentano in modo grottesco degli strumenti per il piacere dell’uomo. La ricompensa è un successo di breve periodo, legato all’appetibilità come merce di consumo.
Il ritocco come forma di violenza istituzionalizzata
Il ritocco, tutt’altro che innocuo, è una forma di violenza sulla donna istituzionalizzata. Una castrazione, scambiata per possibilità di trasformare i desideri in realtà. Inoltre c’è anche da dire che realizzare i desideri non sempre è un bene, è uno degli insegnamenti cardine della psicoanalisi. Soprattuto quando la loro natura è di ordine materiale. Voler avere ciò che non si ha o voler essere ciò che non si è sono le prime fonti di infelicità umana. Che bloccano in circuiti di dipendenza distruttivi.
L’accettazione di sé, ben lungi dall’essere un atteggiamento passivo, consente di scoprire le potenzialità dei propri strumenti e di affinarli, con la consapevolezza che non sono migliori o peggiori rispetto agli altri, ma diversi, unici.
Le ragazze che puntano a realizzare un canone estetico imposto da qualcun altro si sentono a posto solo nella misura in cui si percepiscono attraverso il filtro dell’approvazione sociale. Uniformandosi credono di diventare più forti e competitive. In realtà depauperano il loro valore intrinseco, sia estetico che interiore, perdendo molto del terreno conquistato in favore della parità.
La crisi della comunicazione tra i generi e l'involuzione cognitiva
Accentuando l’oggettificazione le ragazze di oggi comunicano sempre meno con i maschi. Regrediscono al livello di ammiccamenti o di manovre trite e ritrite per attirarne l’attenzione, senza capire che gli stessi maschi sono saturi, stanchi. Alcuni ragazzi hanno ancora il desiderio di parlare, di capire il mondo delle ragazze, di confrontarsi, di scoprire compatibilità o affinità al di là di copioni deduttivi seriali. Ma restano perplessi, optando a volte per la solitudine o per un turismo mordi e fuggi.
Essere simile a una bambola non significa automaticamente piacere a un uomo. Anzi. In molti casi può avere un effetto raggelante, soprattutto quando la bellezza è molto costruita e si accompgna ad atteggiamenti presuntuosi e di falsa sicurezza.
Le ragazze cercano l’amore puntando tutto sul piano dell’avere: avere il corpo giusto, le fattezze alla moda, il lavoro di prestigio. Così facendo però perdono empatia e capacità di sostenere una conversazione che non sia di superficie, accecate dal mito del “io valgo perché appaio”, perché sono conforme al un modello spacciato per vincente.
Ultimamente purtroppo i social si sono riempiti di queste ragazze di plastica che ostentano una specie di “filosofia della mantenuta”, con spocchia e convinzione. Il manifesto “le donne belle non devono lavorare, solo quelle brutte” che fa quasi sorridere per la puerilità, sottende però convinzioni inquietanti, che sanno di fascismo e di misoginia. I follower ahimè sono moltissimi, segno che queste manifestazioni estreme di involuzione cognitiva incassano audience e intercettano una mentalità pericolosa.
Dinamiche di consumo e paura dell'amore
Se esiste tutta una casistica di ragazzi che cercano di distogliere le amiche o le fidanzate dal ritocco o che rimpiangono quelle fattezze scomparse sotto la ferocia dei riempimenti e stiramenti, permane uno zoccolo duro di predatori totalmente assuefatti al sistema. Certi atteggiamenti di sottomissione femminile o di esercizio del potere maschile sono figli di mentalità familiari, d’identificazione a modelli genitoriali disfunzionali ma anche di problematiche a livello inconscio, insicurezze rispetto alla propria desiderabilità o capacità d’amare.
Molti maschi mascherano la loro paura d'amare e i sentimenti usando le ragazze, rifugiandosi in immaginari infantili e fuggendo dal confronto e dalla parola. L’esibizione di machismo si incastra perfettamente con quella della bambola. L’accoppiata di "bulli e pupe" è ben conosciuta e non promette molto sul piano della tenuta del legame amoroso, governato per lo più da dinamiche di consumo, da abbuffate e cadute nella noia e nel vuoto.
Un mio paziente mi spiegava come la ricerca delle ragazze su Instagram sia l’ideale per non avere scocciature nella vita reale. Intanto sono loro a tampinarti, mi diceva, e poi non c’è bisogno di cercare nulla, la merce è ben esposta e subito a disposizione. Il problema nasce quando lei si attacca, ma con qualche trucco si riesce a liberarsi anche dell’eventuale impiccio.
In questi scenari l’amore non si nutre più di mancanza e di irregolarità, fisiche e caratteriali. Le superfici lisce e levigate, nel corpo e nell’anima, rendono la vita sentimentale banale e scontata, con i partner che possono essere sostituiti senza tanti problemi, quando magari iniziano a risultare molesti con la loro unicità o con le loro ferite.
Fra i giovanissimi si è diffusa un’intolleranza alla frustrazione e alla possibilità di soffrire, che ha raffreddato la connessione amorosa, facendola scadere al rango di transazione di servizi e di merci. Le ragazze tutte uguali eccitano allo stesso modo: stimolano la fame ma non provocano nessuna emozione. Si trincerano dietro l’apparenza aspettando in eterno che lui faccia o dica, non uscendo mai allo scoperto per chi sono veramente, lamentandosi con le amiche per la carenza di così detti “uomini veri”.
Come superare l'oggettificazione: il lavoro psicoterapeutico
Il narcisismo più grossolano è penetrato fin nel midollo, alterando la percezione dei rapporti umani e infondo della vita. Come sottrarsi a questa regressione? Come guarire dall’oggettificazione dell’umano?
La chiave sta nel lavorare sulle proprie insicurezze non sul piano reale ma su quello simbolico. Si tratta di capire da dove viene quell’insoddisfazione verso il proprio corpo. Allora si possono far tornare alla luce quelle ferite e quei piccoli o grandi traumi che hanno segnato la crescita. Il lavoro psicoterapeutico punta ad integrare le parti di sé rimaste nascoste o mascherate dalle difese, dando loro dignità e ragion d’essere.
Soltanto nel momento in cui ci conosciamo pienamente possiamo volerci bene e accettarci per ciò che siamo, anche se ci vorremmo diversi. Oggi si parla molto dell’importanza di piacersi. Bisogna piacere in primis a se stessi. Ma questa frase mette l’accento sul controllo e l’osservazione maniacale di sé, anticamera di tanti interventi inutili di correzione estetica. Il punto è piuttosto dimenticarsi di se stessi e iniziare a guardare all’altro.
Non siamo fatti per vedere la nostra immagine riflessa, lo specchio è un’invenzione umana. L’unico vero specchio è quello dello sguardo dell’altro. Se diventarne dipendenti condanna alla rincorsa delle aspettative altrui, accorgersi di piacere così come si è, difetti inclusi, offre un effetto di riconoscimento benefico.
Liberarsi dall’auto giudizio dell’Io dona la libertà di lasciarsi essere. Mentre la spontaneità ritrovata è il miglior trattamento di bellezza che si possa regalare a se stessi, senza svuotare il conto corrente e le energie vitali.