La psicoterapia che funziona: evocazione e superamento del negativo
Ogni anno in questo periodo il tema del ritorno in famiglia (per le vacanze o per le riunioni natalizie) è affrontato dalla quasi totalità delle persone che stanno svolgendo un percorso profondo di consapevolezza.
Tale tema si presenta in modalità diverse a seconda della fase in cui ci si trova in terapia e in base alla sensibilità individuale.
La psicoterapia e l’emergere del negativo
Ma come funziona allora la psicoterapia? Essa boicotta la famiglia e le feste comandate per un gusto fine a se stesso oppure il negativo che emerge è la risultante di un necessario periodo di ostilità propedeutico a un nuovo equilibrio possibile?
Il percorso psicoterapeutico naturalmente non si pone “contro” la famiglia, ma è costituito da momenti differenti, alcuni dei quali destabilizzano la percezione dell’immagine interiore del genitore (o di entrambi) proprio per creare le condizioni di un benessere più saldo e duraturo.
La psicoterapia, aiutando a prendere coscienza delle dinamiche familiari che hanno contribuito allo sviluppo della propria sofferenza psicologica, fatalmente nei primi tempi porta chi vi si sottopone a sviluppare anche un grado di insofferenza e avversione verso i propri cari, una volta “sopportati” con maggiore arrendevolezza.
I sentimenti negativi evocati sono quindi legati alla fase “elaborativa”in cui ci si trova e nel tempo variano di intensità e qualità, per infine ridursi a poca cosa o a lasciare addirittura spazio alla serena accoglienza dei momenti di condivisione.
La festa del Natale non è demonizzata dagli psicoterapeuti, al netto della consapevolezza che essi hanno di quanto essa (in qualità di riunione familiare “forzata”) sia un momento delicato e ricco di implicazioni emotive complesse.
Ma quali tappe scandiscono in terapia la rivisitazione del proprio mondo interiore affettivo? A quale approdo è possibile giungere dopo la faticosa navigazione nelle acque dell’ambivalenza affettiva?
Le fasi della psicoterapia
In genere il momento in cui si comincia a vedere qualcosa che prima non voleva essere visto (perché troppo doloroso, inaccettabile ecc…) coincide con un maggior grado di aggressività percepita verso la famiglia d’origine.
I puntini cominciano a essere uniti, il quadro emerge in tutta la sua chiarezza suscitando stupore misto a rabbia.
Il senso di colpa accompagna sempre queste scoperte e spinge a tornare indietro: come posso pensare e soprattutto sentire “cose brutte” verso chi mi ha generato e verosimilmente anche amato?
A questo stadio, complesso perché costituito da esperienze emotive laceranti e conflittuali, segue poi un periodo di “digestione” psichica, che coincide con un maggior livello di benessere e sollievo.
Dopo la turbolenza legata al cogliere implicazioni prima sottovalutate arriva finalmente un senso di alleggerimento; esso stabilisce un progresso nel grado di differenziazione rispetto all’altro familiare e una correlativa maggiore centratura rispetto a se stessi.
Stare meglio dipende proprio da quest’opera sofferta di presa di consapevolezza; ora i contorni della propria persona iniziano a essere più chiari e ci si sente meno alla mercé delle parole, delle dinamiche e degli atteggiamenti dell’altro.
Mano a mano che il lavoro psicoterapeutico procede subentra un senso di accettazione, che fa andare avanti nella vita nonostante le carenze dell’ambiente disfunzionale in cui si è vissuti.
Un buon esito della psicoterapia è il ritorno della vitalità e della leggerezza. Uno “stop mentale” al lamento che non cancella, non “resetta” il passato ma lo inquadra in una prospettiva che non ingloba tutto il tempo rimanente.
Al netto dei torti subiti, della violenza psicologica o peggio ancora di quella fisica vissuta tra le pareti di casa, resta la responsabilità di vivere gli anni a venire secondo il proprio codice personale di valori e credenze.
Tutto il dolore vissuto può avere un valore, se non viene cancellato o non diventa la scusa per sottrarsi dalle sfide difficili dell’esistenza.
La psicoterapia funziona quando non lascia nella gabbia della negatività e del rancore, della rassegnazione e dell’auto esclusione dalla vita ma piano piano permette di sviluppare un atteggiamento positivo rispetto a chi si è stati e si è oggi.
La sofferenza patita in famiglia se accettata, può essere da stimolo per affinarsi e portare positività nel mondo. Proprio perché si conosce il significato della sofferenza psicologica se ne possono interpretare i segni nell’altro e scegliere di essere gentili e di aiuto verso il prossimo
Aiutare se stessi ha sempre come esito poter essere di aiuto per gli altri e poter dare un contributo prezioso alla vita di comunità.
Essere usciti dall’oscurità fa apprezzare il valore della luce e porta a ricercarlo in tutte le situazioni.
Chiaramente un vissuto familiare complicato dalla coesistenza di sentimenti di amore odio rende più difficoltoso avere fiducia in se stessi e nel prossimo.
Ma una difficoltà nella fiducia non equivale a impossibilità: accedere all’esperienza della fiducia in terapia apre la porta alla riconquista e alla costruzione di mondi non sottomessi al “potere di ieri”.