Una via verso la guarigione
Per “guarire” dalle sabbie mobili delle nevrosi che affliggono l’animo e intorpidiscono la volontà non basta consultare un terapeuta e chiedere aiuto.
I passaggi fondamentali in una psicoterapia
Sono infatti necessari ulteriori movimenti, senza i quali la psicoterapia resta del tutto inefficace.
Non è solo il paziente a dover fare un passo in più. Se egli riesce a smuoversi dal lamento o dalle proprie scuse per mettersi a lavorare sul serio ciò è merito anche dell’essere entrati in contatto con un terapista psicologicamente forte ma anche umanamente delicato.
Questo è un passaggio imprescindibile ma di facile fraintendimento.
Chi chiede aiuto passa da una posizione passiva e vittimistica ad una che comporta sforzo e collaborazione non grazie banalmente all’influenza del terapeuta ma nemmeno senza il suo contributo.
Quando infatti si tratta soltanto di suggestione, imitazione o peggio di adeguamento alle aspettative del “guaritore” veggente e onnisciente il processo non si avvia nel modo corretto, e degenera facilmente verso esiti antiterapeutici (dipendenza, ostilità, mimetismo ecc…).
Lo sviluppo positivo di un percorso terapeutico non è mai merito del solo terapeuta o del solo paziente, piuttosto dell’incontro fra una persona in difficoltà e una la cui preparazione e sensibilità sono messe al servizio della cura.
Il terapeuta che sa far funzionare la terapia non è un salvatore, ma un professionista da cui normalmente ci si attende che sia in grado di svolgere correttamente il proprio lavoro, in questo caso far accedere alle risorse interiori non più disponibili, per vari motivi esaurite, bloccate o messe a dura prova.
Il passo verso la guarigione lo compie sempre colui che domanda la cura. Il terapeuta ascolta, coglie dei punti, elabora e restituisce delle letture che arricchiscono le analisi di chi parla delle proprie questioni.
La capacità di giudizio del terapeuta è cruciale e dunque è necessario che sia ancorata ad una struttura psichica forte e resiliente, capace di mettere fra parentesi la propria persona.
Il terapeuta svolge una delicata attività di ispezione e interferenza nella psiche del suo assistito. Come un chirurgo ha mano lieve ma ferma, egli apre, si fa strada fra le difese psichiche e opera nel rispetto della messa a nudo di verità profonde e dolorose.
Nel corso della terapia il terapeuta setaccia centinaia di migliaia di parole, che ascolta finché non trova nei discorsi e nei ragionamenti degli elementi importanti, quasi nascosti, su cui chi parla non si era soffermato o non osava soffermarsi in modo “diverso”.
La terapia è una collaborazione fra due menti a lavoro. Il paziente inizialmente fornisce il corpo all’operazione, il materiale grezzo, il terapeuta poi inizia a lavorarlo e a plasmarlo, ritrasferendolo all’altro attraverso ipotesi interpretative (mai affermazioni assolutiste).
Ma la forma che via via si crea è presente anche parallelamente nella mente del paziente (ricettivo e attivo), che così raffina, amplia, oppure distorce, si arresta, rifiuta, dice no, in un processo in cui il vero protagonista è chi si racconta e la “vera verità” è quella che lui riesce ad esprimere, afferrare e sostenere.
Più il coinvolgimento è profondo più le acquisizioni sedimentano e stimolano ulteriori passaggi, seduta dopo seduta.
Gli effetti terapeutici e la fiducia ritrovata
Il cambiamento spesso appare di colpo in superficie ma è frutto di un lungo percorso a volte molto duro e complesso, in cui però nessuno dei due attori molla, al netto di stagnazioni, regressioni, nebbie, avanzamenti e ricadute.
Come il medico non salva la vita anche lo psicoterapeuta non è onnipotente; esistono situazioni che non possono essere pienamente recuperate ma accompagnate per molto tempo, così da stabilizzare o rendere migliori e più confortevoli gli anni che restano.
In ogni caso in tutte le terapie che portano un qualche beneficio e che non si trascinano soltanto nel lamentarsi ad un certo punto si fanno strada forza e fiducia (vengono concretamente sperimentate nello scambio umano con il terapeuta).
Il fattore umano resta un elemento essenziale e insostituibile, anche in questi tempi di virtualità e di superficialità a tutto campo.
Ogni uomo che si trova a fronteggiare qualsiasi difficoltà seria ha bisogno di trovare nell’altro un’umanità vera, non artefatta e non simulata.
Qualcuno che sappia vedere oltre l’apparenza e sappia dare l’esempio di cosa significa “stare”, stare quando le acque si agitano e l’orizzonte si fa nero.
Nel malessere psicologico la vita appare tutt’altro che un’esperienza rosea e patinata, anche quando il “social” mostra tutto il contrario.
La cura è allora un’arte complessa, che richiede al paziente di attendere con fiducia i risultati dei suoi sforzi e al terapeuta di “esserci senza esserci”, di metterci se stesso senza far interferire la sua persona.
La terapia che funziona disdegna la gratificazione dell’ego e trova la sua motivazione in un altrove che ha le invisibili sembianze del Bene.