Il mistero del benessere psicologico: 8 domande che sfidano la psicoterapia tradizionale
Oltre gli approcci tradizionali
Procedendo nel lavoro con i pazienti (ma anche nelle relazioni personali e nel rapporto interiore con me stessa) colgo sempre di più i limiti degli approcci terapeutici tradizionali e delle contrapposizioni spesso sterili che chiudono le possibilità di ricerca nel campo dell’umano.
Il tema del benessere psicologico costituisce ancora un mistero da esplorare con sguardo aperto e senza le interferenze di tutte quelle dottrine che, per confermare se stesse, finiscono irrimediabilmente per congelare i processi dinamici di trasformazione degli individui in cura.
In questo articolo mi pongo otto domande e provo a fornire per ciascuna di esse delle risposte brevi, non esaustive, senza ricorrere a un gergo specialistico. L’obiettivo è promuovere una conoscenza il più possibile accessibile a tutti, che evita tecnicismi ma al contempo non scade nella banalizzazione o nella riduzione della complessità di un campo estremamente delicato come quello della salute mentale.
Cosa fa ammalare davvero?
In tutte le persone che ho visto “cedere” al malessere psicologico ho colto un punto di “resa”. Ammalarsi davvero non coincide con un momento di sofferenza, del tutto legittimo e perfino fautore di “salti in avanti” nella coscienza di se stessi.
Chi si ammala nella psiche per un certo periodo si arrende al dolore, ne viene sopraffatto, smette di cercare un senso, si abbandona ad un fiume che lo trascina via. La persona c’è ma non cè più.
Darsi per vinti implica la perdita di sé, la cancellazione della voglia di vivere, della forza di alzarsi dal letto, di pettinarsi, di fare qualcosa della propria giornata. E’ un enigma ancora irrisolto il perché ad un certo punto la mente possa cedere così.
Sicuramente l’humus familiare e sociale in questi casi non è mai favorevole, le infanzie di rado sono state serene. A volte accade qualcosa di specifico poco prima della caduta, qualche piccola inezia o qualche evento rilevante che fa da detonatore.
Tuttavia capitolare, "rinunciare alla vita" non si spiega mai con le difficoltà incontrate nel cammino. Ad un certo punto “è troppo”, qualcosa si spezza dentro, ma sulla base di che cosa?
Forse ciascuno di noi ha inscritta in se stesso la quantità di dolore che può sopportare prima di gettare la spugna.
Quale forma assume il malessere psicologico?
Perché proprio quella specifica veste e non un’altra fra le tante possibili? Ansia, attacchi di panico, pensieri ossessivi o depressione? Oppure paranoie, disturbi alimentari, "disturbi della personalità"?
Si diceva che stare male significa “arrendersi” e “perdere se stessi”.
Nell’ansia e nella depressione “semplice” l’onda travolge e si smette di “funzionare”, mentre in altri malesseri mentali vediamo rompersi anche il rapporto con la realtà. Allora, paradossalmente, sembra di reggersi in piedi, quando ormai si è atterrati in un altro mondo.
Ci sono mali che si rivolgono palesemente contro il proprio sé, mentre in altri il discorso è più ampio, l’autodistruzione passa attraverso la distorsione dell’altro. Della serie uccido l’altro per sopravvivere, ma poi alla fine si soccombe tutti quanti.
Forse chi è più “agguerrito”, chi ha più “difese”, chi ha più lottato per stare a galla “sceglie” di sacrificare prima l’altro, avviandosi comunque verso la follia.
Come si guarisce, cosa succede in una psicoterapia?
Quali sono i processi davvero terapeutici in una psicoterapia? D’impulso verrebbe da dire, come prima cosa, parlare a qualcuno. E perché parlare e magari essere anche attivamente ascoltati farebbe così bene?
Se il malessere è una rinuncia e uno sbiadire soggettivamente allora prendere parola assume di per sé il sapore della ripresa della vita e del ritorno nei propri panni “umani”.
Parlando di sé le persone si “riaccendono”. Succede anche che il flusso di coscienza prenda una sua direzione propria; la sola presenza dell’ascoltatore permette alla persona di “pensare” e di “dire” delle cose che non direbbe mai fra sé e sé.
In psicoterapia non si è mai troppo direttivi ma “si lascia accadere” qualcosa. La terapia, grazie alla fiducia e all’ ascolto non giudicante (che non devono mai mancare!) si rivela come il luogo in cui energie misteriose si mettono in moto, secondo un processo creativo profondamente rigenerante e rinfrancante per lo spirito.
Nella cura, quando è davvero tale, fa sempre capolino un elemento mistico trascendente, che avvolge la coppia analista-paziente, comprendendoli all’interno di un campo.
Lo potremmo chiamare Bene? Esiste una cura possibile senza Amore?
Come mai qualcuno riemerge dall’oscurità e qualcuno no?
Perché qualcuno guarisce in un dato momento della vita e non in un altro? Possono accadere ricadute e regressioni? Perché molti non ce la fanno?
Anche questa è una domanda la cui risposta resta necessariamente aperta. Riemergiamo dalle acque se ci viene gettata una ciambella di salvataggio a cui attaccarci, ma ancora di più se abbiamo le forze residue per agguantarla e per sostenere la fatica di aspettare in condizioni critiche, incalcolabile a priori e senza garanzie di successo.
In alcuni momenti della vita il miracolo è ancora possibile, in altri è come se si fosse irrimediabilmente perso qualcosa. Ma questi momenti non sono chiaramente definibili, non coincidono necessariamente con la giovinezza. Essi hanno piuttosto a che vedere con il mantenimento di una qualche plasticità psichica residua. Se il processo è dinamico non importano le ricadute, i passi in avanti non vengono cancellati mai del tutto.
Il concetto di “forza” assume allora una valenza fondamentale; chi sta male per definizione è debole, tuttavia c’è chi può contare su un serbatoio di sicurezza, riuscendo così a sfruttare a pieno l’aiuto dato e ad utilizzarlo come perno per sollevarsi. E poi esiste chi dopo un po’ di tempo molla la presa, dopo magari essersi metaforicamente “sdraiato” per un certo periodo sul soccorritore.
Il curante può con delle arti particolari indurre qualcuno a reagire? Sì e no.. Sicuramente per occupare la posizione di curante in modo corretto bisogna essere persone di un certo tipo, fondamentalmente dei sopravvissuti che hanno lasciato indietro odio e rancore.
Lo psicoterapeuta non è un tecnico o un maestro di vita ma una persona che ha vissuto situazioni complesse e ne è riemersa in maniera definitiva e con una struttura mentale più forte, scegliendo poi di mettere al servizio degli altri questo surplus di energia e di consapevolezza (la famosa resilienza o capacità negativa).
Tuttavia egli non può mai davvero sostituirsi, anche se a volte lo desiderebbe intensamente. Si vorrebbe per qualcuno poter riavvolgere il nastro al momento precedente allo strappo, magari poter cambiare le condizioni di vita di quel momento grazie ad un intervento tempestivo…Ma ciò è impossibile, la terapia purtroppo non è una macchina del tempo.
Quando stare male rappresenta un “modo di essere” irrinunciabile?
E se il malessere fosse come una parte di se stessi? I famosi disturbi della personalità sono le sfide più grandi per i pazienti e per i terapeuti. Si dice che i disturbi a questo livello siano egosintonici ovvero in linea con la propria persona: perché cambiare se il modo di essere nel mondo, benché sintomatico, mi rispecchia a pieno?
Le persone con disturbi di personalità narcisistico, borderline con magari tratti antisociali certamente non si piacciono, non è questo il punto. Nella stragrande maggioranza dei casi esse non vogliono rinunciare alle strategie “tossiche” che hanno trovato per occupare un posto nel mondo. Senza la manipolazione dell’altro, senza la rabbia, senza il bisogno di ammirazione e la coltivazione della grandiosità, senza le scenate emotive e i drammi, senza ribaltare continuamente le carte in tavola per confondere l’altro semplicemente non sono nessuno.
Un godimento malato è il vizio di queste persone, totalmente prese da un discorso distruttivo in cui il negativo impera indisturbato.
A volte però capitano in studio pazienti con queste caratteristiche che conservano delle aree della personalità sane, coperte magari da cumuli di fuliggine, di non detti, di negazioni e di maschere.
Essi, grazie ad un robusto lavoro introspettivo, possono tirare fuori piano piano il loro vero sé, non senza fatiche, demolizioni, crisi importanti. Attraversato lo tsunami dato dalla messa a nudo di sé, magari per la prima e unica volta nella loro vita, riescono ad accedere al loro vero sé e a far cadere impalcature divenute inutili, zavorre ormai pesanti.
Quando invece certi dolori sono fonti di creatività e originalità personali?
Ci sono dolori che costituiscono la fonte stessa della creatività e della voglia di vivere. Affinché ciò accada però la persona ha attraversato, consapevolmente o meno, un periodo di “malattia creativa”, un momento della vita in cui stava profondamente male, si isolava dal resto del mondo e si curava attraverso l’arte, la scrittura, la lettura, la poesia, la musica ecc…
A questo livello non c’è stato il cedimento del mental break down ma un “accollarsi” responsabilmente il proprio male, non volendo farsi travolgere da esso e trovando dei modi per metterlo a fuoco, farlo parlare, elaborarlo attraverso la creazione di opere, di oggettivazioni tangibili e durature nel tempo.
L’effetto è quello di un innalzamento del livello di conoscenza di sé e lo sviluppo di una certa fierezza nell’essere autenticamente se stessi, nel bene e nel male. Il Bene, la buona forma, vince sul male, lo ingloba e così lo neutralizza. Divenire ciò che si è: è un percorso di accettazione che accoglie ogni esperienza, situazione o accidente che capita nel proprio cammino. Riconoscersi e non voler cambiare una singola virgola della propria storia.
Quando considerare un “cuore che sanguina” fuori dal campo del patologico?
Da quanto detto fin qui si capisce come stare male non sia un deficit, un marchio infamante o qualcosa di irreversibile e di totalmente negativo.
La vita è dura e complessa, sono più i momenti di difficoltà che quelli di gioia e di adattamento perfetto alle circostanze. Siamo esseri precari e dunque anche la nostra serenità psichica è soggetta al divenire e all’influenza di forze negative.
Il “cuore che sanguina”non patologico è quello che non smette di cercare il Bene e di portarlo nella propria vita e in quella degli altri, senza presunzione o invadenza, in maniera spesso non urlata, non sbandierata e non riconosciuta.
I momenti di tristezza, di scoraggiamento e di crisi non bloccano ma costituiscono incidenti di percorso transitori. Sono delle spie dell’umanità della persona, del suo essere fatta di carne e di passioni.
Quando è l’altro più prossimo da curare e non la persona che chiede aiuto?
E poi capitano sempre all’osservazione quei casi per cui ti dici: ma perché non si è fatta aiutare la madre, perché il padre anziché accompagnare il figlio non ha pensato lui di andare a vedere delle cose di sè?
Questo fatto coincide con quel fenomeno per cui chi chiede aiuto si trova già più avanti di chi non lo chiede e non lo chiederà mai.
Purtroppo è ampia la categoria dei così detti figli “parentizzati”, ovvero adultizzati anzitempo da genitori irrimediabilmente infantili se non paranoici del tutto.
Questi figli spesso sono persone splendide con scarsissima autostima, a cui è stato fatto per anni in famiglia un vero e proprio lavaggio del cervello, un’opera sistematica di distruzione e di demolizione della sicurezza in se stesse. Della serie “ti distruggo così poi posso tenerti nella mia gabbia perché non ce la fai, e così la tua esistenza malata dà un senso alla mia e non mi offende con il suo splendore”
Si parla poco dell’invidia dei genitori verso i figli, l’invidia della loro forza e giovinezza. E’un tabù, pur ai nostri tempi la retorica delle “madri coraggio” nasconde ancora numerosi abusi e maltrattamenti, spesso sofisticati e ben camuffati. Al punto tale che le persone perfino si sentono in colpa a parlarne in analisi…
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