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Perché compiacere gli altri?

Liberarsi dalla compiacenza è una delle conquiste più produttive a cui può portare un percorso psicoterapeutico.

Tale liberazione però può avvenire solo a partire da un corretto inquadramento della motivazione sottostante all’atteggiamento compiacente, nonché dall’esistenza di una spinta emancipativa e di una stoffa soggettiva.

Cos’è la compiacenza?

La compiacenza consiste sostanzialmente in un adeguarsi alle attese dell’altro. Sul lavoro, nelle amicizie, in amore la persona compiacente non parla, non si atteggia e non agisce a partire da se stessa (da ciò che pensa e sente) bensì in virtù di quelle che ritiene essere le aspettative dell’altro.

L’altro viene osservato, studiato e infine imitato, rispecchiato nelle movenze e nelle idee. L’idea di fondo è: “se sono come te, sono come tu mi vuoi”, più mi avvicino a te più tu mi riterrai simile e dunque simpatico.

In questa dinamica il confronto aperto con l’altro è abolito in favore di una modalità da “yes man”, artificiosa e camaleontica.

Possono comparire atteggiamenti infantili e dipendenti oppure al contrario sfrontati e spregiudicati; essi dipendono infatti dalle caratteristiche della persona a cui si desidera piacere.

La compiacenza assomiglia alla seduzione ma se ne differenzia perché manca di forza vitale. In genere seduce genuinamente chi è se stesso, chi è incurante di piacere.

Voler piacere introduce sempre nella dinamica relazionale qualcosa di affettato, di non vero e genuino.

I tre motivi alla base della compiacenza

Le motivazioni che spingono verso una modalità relazionale così “mimetica” sono di tre ordini: la sopravvivenza in ambienti tossici, l’opportunismo tout court, la fragilità identitaria.

Per quanto riguarda il primo caso esistono ahimè soggetti o ambienti lavorativi che non consentono l’espressione di un pensiero o di un sentimento che non sia unico e omologato; in queste situazioni o ci si adegua, ci si mimetizza, o ci si allontana. Essere se stessi equivale a introdurre un conflitto non ricomponibile, perché la struttura di personalità del singolo o l’assetto del funzionamento gruppale sono di marca narcisistica.

La tossicità dell’articolazIone narcisistica è ben nota: il soggetto o il gruppo che operano secondo schemi narcisistici possono integrare solo con chi li riflette come uno specchio. Le personalità opportuniste o fragili si prestano alla perpetrazione di tale gioco allo specchio, le une per ricavare vantaggi (dal lisciare il pelo al narcisista di turno), le altre per bisogno patologico di approvazione e amore.

La seconda motivazione che spinge verso la compiacenza è in effetti il semplice opportunismo. La personalità iper pragmatica è unicamente interessata al guadagno che può trarre da una data persona o in una determinata circostanza: il suo compiacere l’altro le “serve” per volgere le situazioni a suo favore.

In questi casi la compiacenza è usata scientemente come uno strumento, come un’arma (chi la esercita non ne è dominato). Essa può dunque tranquillamente essere posta al servizio della manipolazione, della volontà di strumentalizzare gli altri per i propri fini utilitaristici.

Se dal punto di vista etico tale approccio è criticabile, da quello puramente clinico non c’è molto da dire, a meno che il manipolatore non vada in crisi o perda il controllo sui suoi meccanismi.

Infatti è la terza motivazione sottostante alla manipolazione quella maggiormente di rilevanza clinica.

Esistono identità fragili che necessitano del rispecchiamento nell’altro per esistere, senza di esso sono perse.

Imitare l’altro, cercarne i favori è l’unica possibilità di sopravvivenza psichica, perché senza un riferimento speculare non sono nulla, sono in balia di un senso di vacuità esistenziale.

L’altro costituisce una sorta di modello a cui ancorarsi, indispensabile per vivere e respirare.

Nei casi meno estremi di compiacenza patologica invece l’altro non è un modello indispensabile per non cadere nel baratro della nullità bensì un simulacro, un sostituto dell’immagine genitoriale, arcaica e inconscia

Se nella realtà del passato il genitore non ha consentito l’espressione autentica del figlio (per le motivazioni più disparate, per autoritarismo, per narcisismo, in generale per un eccesso di aspettative) egli si ritrova nella vita a reprimere se stesso pur di piacere, pur di ottenere finalmente quell’amore genitoriale che sentiva sfuggirgli.

Questi casi sono i più trattabili in terapia perché l’identità si è costituita, è solo rimasta parzialmente occultata per la paura del rifiuto.

Il mimetismo di tal genere può essere superato agilmente una volta affrontati i fantasmi del passato.

Sentirsi in diritto di una simpatia spassionata, di una stima incondizionata così come di un amore senza “ma”  libera dalla schiavitù di “doversi” meritare l’amore attraverso l’appiattimento di sè e l’uniformarsi all’altro.

L’espressione della propria originalità non ha ricadute positive solo a livello relazionale ma coinvolge tutti gli ambiti della vita. La creatività, intesa come sguardo autonomo sulle cose, come possibilità espressiva personale, finalmente si libera e si unisce consapevolmente a uno stile unico, qualsiasi sia l’attività, il lavoro o il semplice passstempo.

Diverso il discorso per le fragilità importanti del senso di sè; anche in questi scenari si può comunque contenere la spinta compiacente, non tramite l’elaborazione del passato bensì attraverso la riduzione del senso di frammentazione del sè.

Acquisire un livello di consapevolezza dei propri punti di forza e dei propri limiti offre coesione ai vari pezzi sparpagliati e aiuta a trovare una bussola minimale in se stessi.

Ciò che è stato integrato per via imitativa non viene buttato ma aiutato a trovare una collocazione e un senso, con il risultato di un generale e diffuso senso di pacificazione e indipendenza dai capricci dell’altro.

Aiuto psicoterapeutico

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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