Superare la paura dell’ignoto
La paura è il sentimento paralizzante per eccellenza. Essa si differenza sia dall’ansia che dall’angoscia, che pure le sono affini, nella misura in cui si lega espressamente a un oggetto specifico (mentre si può essere angosciati anche senza un motivo tangibile e concreto).
Quando l’ignoto fa paura
La paura, anche quando è localizzata e circoscrivibile a una data situazione (paura dell’esame, paura del trasferimento in un’altra città, paura di cambiare lavoro, paura di guidare in autostrada, paura di prendere iniziative in amore ecc…) rimanda sempre alla dimensione dell’ignoto.
Non si ha mai paura di una circostanza in quanto tale; ciò che spaventa è non sapere cosa succederà dal momento in cui essa inizierà a verificarsi.
L’evento temuto infatti è qualcosa che immaginariamente supera le capacità di controllo dell’Io, ovvero ha il potere di travolgere il senso di padronanza (illusorio) su cui si reggono le nostre vite.
In effetti tutte le situazioni citate, atte a ingenerare paura, sono vissute come un intervallo, una spaccatura che divide un “prima” da un “dopo” (prima e dopo l’esame, prima e dopo il bacio ecc…)
Durante tale gap temporale accade qualcosa che potenzialmente può stravolgere e annientare il senso di padronanza. Perché vada tutto bene l’Io si deve limitare ad assecondare, a lasciare accadere, ad accogliere, mentre se la paura prende il sopravvento ogni fluidità viene meno.
Quando durante tale delicata fase di sospensione l’Io cerca di prendere il controllo della situazione a tutti i costi il flusso delle energie in gioco si blocca.
I problemi nascono perché l’Io (nell’accezione di istanza di controllo) non si fa da parte, non lascia spazio al Sè, inteso come la totalità del nostro essere (cosciente e inconscio).
Si vede bene come la paura dell’ignoto sia di esclusiva pertinenza della nostra struttura egoica, deputata a mantenere uno stato di vigile allerta nei confronti dei possibili guai a venire.
Quando questa struttura egoica si espande troppo, sconfinando anche in territori che non le appartengono, ecco che compaiono le paure più disparate.
L’eccesso di vigilanza si traduce in incapacità di affidarsi a zone della mente di cui non si è istantaneamente coscienti ma che sono tuttavia perfettamente in grado di attraversare eventi dal forte impatto emotivo.
Non è l’emotività a rendere paurosi: il pauroso non è un soggetto troppo “emotivo”. Certe circostanze sono strutturalmente intrise di emozioni, esse non sono evitabili. Non si può affrontare un esame senza provare alcun moto emotivo, così come non è possibile avvicinarsi a un innamorato in uno stato di perfetto controllo.
La lucidità che comunque può accompagnare l’esame o l’incontro d’amore non è frutto di assenza di emotività tout court. Si può essere lucidissimi ma in sintonia con l’emozione e non contro di essa. L’ abbandono, l’accoglienza, la deposizione delle armi coincide con l’emergere di parti del Sè sconosciute e potenti.
Questo sgombrare il campo dalla razionalità intesa come vigile controllo, come auto osservazione inibente, fa sì che accada qualcosa di profondamente trasformativo nell’esperienza interiore e nella consapevolezza profonda.
Si capisce non solo che si può affrontare e sopravvivere a tutto (che certi eventi sono alla propria portata), ma anche che certe esperienze apparentemente penose sono augurabili perché insegnano moltissimo. Esse fanno crescere perché fanno accedere a parti di sè che tendenzialmente si ignorano, soprattutto quando si permette alla paura di governare la vita.
Lasciarsi andare all’ignoto rende possibile l’esperienza del “flow”, del flusso, uno stato mentale in cui siamo completamente assorti, in cui agiamo e sentiamo con disinvoltura, dimentichi di noi stessi, come dentro ad uno stato di grazia.
La terapia della paura
In psicoterapia è importante non solo identificare le paure, ma anche avviare un percorso a ritroso nella memoria per scovare quella primissima connessione fra l’evento temuto e le conseguenze negative penose per l’Io.
Vengono così riportate alla luce le esperienze di fallimento, di umiliazione e di caduta che hanno determinato l’assetto difensivo.
Si mette in luce non solo il ricordo del vissuto penoso, dandogli finalmente una dignità di esistenza e un senso, ma anche la piega più nascosta del proprio contributo auto sabotante.
In terapia si scoprono i veri motivi alla base del bisogno dell’Io di controllare l’incontrollabile.
Spesso si riporta alla memoria un’infanzia segnata dalla necessità di restare perennemente in stato di allerta, per via di un ambiente familiare eccessivamente instabile e conflittuale.
L’Io che si irrigidisce nelle prime fasi della vita nello sforzo di parare dei colpi molto concreti e reali, finisce per non abbandonare più le sue abitudini.
L’attivazione emotiva non è vissuta con abbandono perché è associata all’instabilità originaria; l’emozione consegna al vissuto penoso primitivo di ingovernabilità e di schiacciamento dell’Io, nonché all’inefficacia dei suoi miseri tentativi di controllo.
L’auto sabotaggio consiste nel considerare “pericolose” situazioni della vita emotivamente intense ma normalissime e necessarie per crescere.
L’ignoto, affrontato in terapia, può infine perdere i suoi contorni minacciosi, fare meno paura, diventare perfino attraente, perché dissociato dall’idea inconscia della distruzione del proprio sè.
Lentamente, così come all’improvviso, i viaggi in autostrada non sono più impossibilitati o gravati dal panico, cambiare lavoro non coincide più con una sfida impossibile, così come andare verso l’amore non è più impedito da quell’elastico che risospinge ogni volta all’indietro.
La vita può iniziare a essere vissuta a pieno, sostenuti dalla fiduciosa consapevolezza che tutto andrà bene.
Poi l’imponderabile, l’incidente può sempre accadere, e non può essere evitato.
Cade chi vive. E chi vive si rialza, sempre, sostenuto da un senso di curiosità verso il tempo a venire che può durare fino alla fine dei giorni.