Come accettare le emozioni negative: educazione emotiva e introspezione
Le emozioni primarie e il confine con il patologico
Paura, rabbia, tristezza e disgusto sono le prime sensazioni sgradevoli che ci vengono in mente quando pensiamo al lato in ombra della vita emozionale.
In effetti secondo Paul Ekman, noto ricercatore in campo antropologico, esse sono emozioni primarie o universali (insieme alla gioia e alla sorpresa) perché riconosciute in tutte le culture e dunque considerabili come “innate” nell’essere umano.
Esiste poi una gamma emotiva culturalmente appresa e più legata all’attività immaginativa e cognitiva (anche di natura inconscia). Di essa fanno parte la delusione, il senso di colpa, l’ansia, la vergogna, la noia, la solitudine, l’odio, la gelosia, l’invidia.
Molte di queste emozioni, portate all’estremo in maniera non episodica, possono ritrovarsi all’interno dei disturbi della sfera affettiva, come la depressione. Nel vissuto depressivo la tristezza e la solitudine assumono le forme della disperazione, la comune ansia svela il volto di un’angoscia profonda popolata da pensieri intrusivi e minacciosi, il senso di colpa e la vergogna portano verso l’autolesionismo e la volontà di cancellazione di sé, mentre la rabbia, la gelosia e l’odio spingono verso “attacchi al legame” violenti e distruttivi.
La potenza delle emozioni di segno negativo da sola non basta perché si parli di patologia; il patologico scatta quando la disregolazione emotiva costituisce l’unica modalità di risposta emotiva di una persona, senza che essa possa venire mitigata in alcun modo.
Educare le emozioni: come fare senza reprimerle?
Da sempre, all’interno della comunità umana, l’emozione dirompente è stata sottoposta ad un “trattamento” finalizzato al suo contenimento. Ciò in sé non costituisce assolutamente un male, dato il potenziale distruttivo di ogni emozione negativa.
L’educazione emotiva infatti ha la funzione di alleggerire il negativo della sua componente “antisociale” favorendo la capacità, già durante l’infanzia, di riconoscere l’emozione, di tollerarla ed infine di trasformarla in qualcosa di buono per l’individuo, ovvero in consapevolezza di sè.
Questo compito educativo tuttavia ha successo se nel negativo viene riconosciuto il versante positivo senza tradursi in repressione e negazione.
Se è vero che i sentimenti sgradevoli sono violenti e destabilizzanti, è però anche altrettanto vero che essi hanno una funzione importante per la psiche, perché proteggono e segnalano pericoli, aiutano a capire cosa piace e cosa non piace, permettono di identificare ed esprimere dei disagi che se silenziati impediscono la crescita dell’individuo.
Nel negativo esiste quindi una quota notevole di positività, da cogliere e tradurre in un linguaggio articolato e meno viscerale rispetto all’emozione stessa. Più quest’attitudine si sviluppa durante l’infanzia, più avremo adulti competenti sul piano emotivo e forti a livello dell’Io e delle sue funzioni psichiche di autocontrollo.
Purtroppo l’abitudine contemporanea di lasciare esprimere a briglie sciolte i cavalli pazzi degli istinti sfrenati o al contrario di negare e inibire tutto il mondo interno (nel nome dell’immagine smagliante da esibire sempre e comunque sui social), svela la fragilità diffusa della struttura psichica dell’uomo contemporaneo, incapace di mettere in atto un buon autocontrollo emotivo che non sia unicamente dell’ordine della repressione.
L’educazione autoritaria o al rovescio quella eccessivamente libertaria producono delle ingenti difficoltà nella gestione delle emozioni negative, che a cascata si riflette nelle relazioni interpersonali, negli ambienti di lavoro e più in generale nella comunità allargata.
Essenziale dunque è non demonizzare né tantomeno costruire un elogio del “fuori tutto”, come accade ancora a livello di approcci terapeutici selvaggi che inneggiano lo sfogo e l’evacuazione dell’affetto come soluzione “liberatoria”.
Accettazione, comprensione e gestione dell’emotività esplosiva
Le parole chiave quando si parla di potenza emotiva sono “accettazione”, “comprensione” e “gestione”.
L’obiettivo è evitare il giudizio negativo verso se stessi accettando l’accaduto ma al tempo stesso portare avanti un’interrogazione per capire il perché a monte di una reazione rabbiosa esagerata, di una paura irrazionale o di un momento di prolungata tristezza.
La comprensione emotiva genera un effetto di sollievo e di rassicurazione che per essere costruttivo non deve cedere alla tentazione del “sono così e basta”, che fatalmente porta a ripetere schemi disfunzionali e ad alimentare circoli viziosi dannosi per sé e per le relazioni. Accettare e capire non significa giustificare, trovare delle scuse e ripetere.
Capire le motivazioni profonde alla base dell’intensificazione del negativo senza inutili colpevolizzazioni aiuta a gestire la montata emotiva in maniera non forzata, perché l’approccio verso la vita viene aggiustato sulla base delle scoperte interiori fatte.
Esempi di gestione delle emozioni in psicoterapia
Questo lavoro può essere portato avanti in autonomia, grazie ad un lavoro introspettivo, o con la guida di uno psicoterapeuta durante dei percorsi di psicoterapia individuale.
Ad esempio un’intensificazione della rabbia in tutte le situazioni relazionali potrebbe nascondere un chiedere toppo a se stessi in termini di prestazione, potrebbe sottendere uno stato di eccessiva pressione interna, magari auto imposta sulla base di standard prestazionali troppo elevati. Associare un’immagine positiva di se stessi ad una di persona capace e produttiva potrebbe derivare dall’infanzia, e svelare alcune mancanze affettive patite.
Riconoscere la propria parte ferita e arrivare a valorizzarla nutrendo compassione verso di lei può aiutare ad allentare la presa, nonostante le richieste degli altri. Si può finalmente imparare a dire dei no e scoprire che va tutto bene comunque.
La comparsa di paure irrazionali, come quella di uscire di casa, quando magari una volta si era persone aperte e desiderose di scoprire il mondo, potrebbe avere alla base la rinuncia a un desiderio di auto realizzazione, lasciato indietro troppo a lungo per compiacere l’altro. Rimettersi in contatto con i propri desideri assopiti rompe il guscio della claustrazione, senza sforzo e senza tecniche comportamentali di riadattamento.
Una tristezza inusuale ma persistente potrebbe significare che non stiamo dando abbastanza valore a una preoccupazione o a una delusione che ci è capitata, costituire cioè il segnale che non ci stiamo ascoltando abbastanza, che stiamo sottodimensionando esperienze dolorose che in realtà ci hanno colpito più di quanto saremmo disposti ad ammettere. Tutto ciò che cerchiamo di sotterrare ritorna, a volte nelle forme che meno ci aspetteremmo, come quelle della tristezza inspiegabile e apparentemente non correlata con avvenimenti esterni.
Queste ricostruzioni possono avvenire con tutte le altre emozioni di segno negativo, meno primarie ma non per questo meno presenti nella vita psichica (i sensi di colpa, le gelosie, la noia ecc..).
Appassionarsi al gioco dei perché “salva” e ripristina l’equilibrio perduto, soprattutto quando non si sono instaurate delle depressioni croniche o un’attitudine (dura a morire) improntata al lamento e al compiacimento del soffrire (vero nemico di ogni gestione efficace delle emozioni).