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L’importanza di ascoltarsi: perché dare retta a se stessi è la prima forma di cura.

Quadro in stile impressionista che simboleggia l'ascolto di se stessi. Il fiore luminoso centrale rappresenta l'autenticità e la coscienza di sé, capace di resistere alle frecce delle aspettative altrui e al rumore del mondo esterno. Un'immagine della potenza vitale che emerge quando smettiamo di farci condizionare per ritrovare la nostra verità interiore.

Perché l’ascolto interiore è la base del benessere psicologico

In un mondo in cui siamo bombardati da input di ogni genere diventa difficile capire veramente cosa abbiamo dentro. Spesso si confonde il desiderio con il consumo: voglio questo o quello, e le scelte finiscono col ridursi all’alternativa fra cose o situazioni concrete. Cosa c’è invece dietro l’oggetto? Cosa nasconde al di là delle sue caratteristiche esteriori?

Allora anziché fissarci sulla cosa in sé può essere utile capire cosa rappresenta per noi, quali scenari evoca, in che mondi ci consente di proiettarci. Le decisioni sono delicate perché possiamo non vedere o sminuire i bisogni che ci orientano in una direzione piuttosto che in un’altra, accecati come siamo da mille interferenze, ragionamenti di convenienza, pareri degli altri, auto rimproveri, frasi fatte...

Ogni giorno compiamo delle scelte, siamo continuamente chiamati a decidere se intraprendere o meno delle azioni. Se non siamo in contatto profondo con noi stessi, possiamo finire per vivere in modo automatico, adeguandoci alle circostanze esterne e a ciò che capita. Reagiamo agli eventi anziché incidere su di essi. La passività è nemica del benessere psicologico perché opaca, come un manto di polvere, ciò che in noi è vivo.

Uscire dall'atteggiamento condiscendente per ritrovare la coscienza di sé

L’atteggiamento condiscendente è comodo ma letale: ci si muove, si fanno anche esperienze interessanti, ma come esseri addormentati. Nel tempo può capitare di avere dei momenti di lucidità, e allora ci si ritrova a fare i conti con situazioni che non avremmo voluto, non in linea con le aspirazioni, i gusti e la sensibilità di una volta.

Ma allora manca la forza di reazione: la coscienza di sé e la relativa capacità di agire nel senso del proprio sentire è come un muscolo, infiacchisce se non viene esercitata. Mentre al rovescio prendere in esame in maniera critica come ci si sente davvero al di là di come si viene percepiti da fuori o da come supponiamo che ci si dovrebbe sentire, è una gran fatica.

Lo sforzo di resistere alla pressione altrui e perfino a quella che ci mettiamo noi stessi, non è facile. Non dobbiamo solo combattere contro le aspettative degli altri, ma anche verso quelle che il giudice interiore ha costruito dentro di noi. I freni principali siamo sempre noi a metterceli, come conseguenza di convinzioni errate su noi stessi. Se ad esempio siamo cresciuti con qualcuno che ci criticava costantemente, è facile che da un certo punto in poi abbiamo iniziato anche noi a farlo, non potendo più contare su quella che si potrebbe definire come sana autostima.

Autostima reale e capacità di ascoltarsi: oltre il narcisismo

Lautostima infatti non è un’alta concezione di noi stessi: quella è solo percezione superficiale delle nostre capacità e del valore “di mercato” della nostra persona. É una forma di narcisismo abbastanza inutile se non dannosa, anche se oggi le persone cercano di utilizzarla come perno per organizzare la propria vita. Il danno sta nel valutare sé stessi in funzione dell’adeguatezza a una norma, a uno standard deciso da altri.

Avere un’ autostima reale significa invece fidarsi del proprio modo di sentire e di leggere le situazioni, riconoscere cosa ci fa stare bene e cosa è tossico, per noi, per la nostra unica e particolare sensibilità. Porta a decisioni che possono anche essere faticose da portare avanti, incomprensibili, contro intuitive o scomode? Certo che sì, ma il guadagno è di gran lunga superiore rispetto al dispendio, anche se non immediatamente percepibile.

Non si tratta di azioni impulsive o compiute sull’onda del sentimento del momento, della passione o della rabbia. Le decisioni che scaturiscono dal contatto profondo con noi stessi originano da un lavoro di elaborazione, breve o lungo che sia.

A volte è un attimo, un colpo d’occhio, una visione. Altre un’eternità: l’indecisione, il rimuginio non sono sempre da considerare come aspetti negativi, se infine non bloccano e se portano nella direzione davvero voluta. La psicoterapia, proprio perché aiuta a silenziare il rumore di fondo che interferisce sulla chiarezza mentale, può portare come esito positivo lo sviluppo della capacità di ascoltarsi.

Ascoltare il disagio come via per la presa di responsabilità

Le persone possono arrivare con idee precostituite rispetto a chi sono e cosa credono di volere, ma i sintomi di cui si lamentano e che si chiedono di estirpare, in realtà sono i loro migliori alleati. A volte ci pensa proprio quel malessere a scuoterci, a indicarci la via per sottrazione.

Se ogni volta che mi reco in ufficio sento il nodo della cravatta che mi si stringe attorno al collo, siamo proprio sicuri che quello sia il mio ambiente? Se quando torno a casa la sera dal marito mi sento ogni volta interiormente morta, non è che c’è qualcosa che non va nel rapporto e che entrambi possiamo affrontare? Se mio figlio mi fa arrabbiare e non rispetta la mia autorità, è corretto portarlo subito dallo psicologo per placare la mia angoscia?

Decidere spesso coincide con la rottura di una situazione o di uno schema relazionale. Anche decidere di non fare qualcosa ha il suo senso, soprattutto se coincide con un momento di analisi lucida. Si vede bene come ascoltare il disagio coincida con ascoltare se stessi, ma non nel senso dell’autocommiserazione e della lamentela, ma in quello più evoluto della presa di responsabilità di ciò che ci agita dentro. Il focus così si sposta dal fare e si concentra sull’essere. L’ossessione del fare si crea quando voltiamo le spalle alla complessità in virtù della semplificazione eccessiva del nostro modo di essere.

Noi non funzioniamo come macchine che si adeguano a modelli o programmi caricati da fuori. Abbiamo un’anima e abbiamo come compito quello di imparare a decifrarne la potenza vitale, se non vogliamo restare prigionieri all’infinito degli stessi schemi imposti dal modellamento all’ambiente e dalla paura.

In una parola ci dobbiamo prendere un po’ più sul serio, non per lodarci o ricercare l’eccellenza, ma per capire che, se continuiamo a sminuire la portata di certe questioni e a mettere la testa sotto la sabbia, prima o poi la vita ci presenta un conto salato di amarezze.

E se una volta sbagliamo, se scivoliamo su una "buccia di banana" perché eravamo lì lì per compiere la scelta giusta e poi ci siamo lasciati fuorviare o influenzare, non importa. Siamo umani e possiamo sbagliare. L’importante è riconoscere l’errore e utilizzare la situazione come momento di verità, senza persistere a difendere l’indifendibile solo per proteggere il nostro Ego.

Dell’Io non ce ne facciamo ben poco se ci rifiutiamo al vero: meglio soffrire un po’ ma tornare in accordo con noi stessi che perseverare nel raccontarci storie finte o bugie solo per il gusto di dirsi “sono bravo, non ho sbagliato”.

Aiuto psicoterapeutico

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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