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Mio figlio non studia e la psicologia spiega perché non è pigrizia

Immagine di un ragazzo giovane in crisi emotiva

Rifiuto dei compiti a casa: come si manifesta il disagio nei ragazzi

Solo a sentir parlare di compiti inizia a star male. La tira in lungo più che può con qualsiasi attività ha per le mani, pur di non sedersi al tavolo con la testa china sui libri. Se papà o mamma insistono esplode, oppure fa orecchie da mercante, tentando la strategia della resistenza passiva. Consigli, elogi, ricatti, nulla sembra funzionare.

Le maniere forti, piuttosto che ore di contrattazione, alla fine lo convincono. Ma solo per quella volta lì, la successiva si ricomincia da capo. Una volta iniziati gli esercizi, la lettura o i riassunti, i tempi di attenzione sono brevissimi. Lo si vede agitarsi, muovere ritmicamente braccia e gambe, vagare con occhi febbrili alla ricerca di una qualche scappatoia. Oppure restare inerte con lo sguardo basso, in attesa che il tempo scorra e che magicamente le cose si facciano da sé.

Ci sono giorni in cui lo strazio è talmente insostenibile che preferisce andare a scuola impreparato. Oppure opta per l’assenza strategica, un mal di pancia ad hoc, una notte insonne. Spesso non totalmente simulate. Perchè il disagio c’è ed esiste.

Le cause del rifiuto scolastico: svogliatezza, deficit o ribellione?

L’interpretazione del rifiuto scolastico in età evolutiva rimbalza fra la visione classica, colpevolizzante, e quella moderna, focalizzata sulla teoria del deficit. In entrambi i casi il fanciullo viene etichettato. O come un bighellone da raddrizzare, o come un soggetto affetto da una sindrome ben specifica, da iperattività e disattenzione, da curare con farmaci e tecniche comportamentali. Nel primo caso si suppone di avere a che fare con un furbo scansafatiche, da placcare senza dargli tregua, nel secondo con un povero handicappato da terapizzare secondo protocolli standard.

I genitori, devono educare al senso del dovere, naturalmente, ma siamo sicuri che sia il loro compito principale? Soprattutto, siamo sicuri che sia proprio l’assenza del concetto di dovere a sostenere la condotta di rifiuto? Non potrebbe essere il contrario, ovvero l’introiezione di una modalità binaria di affrontare la vita? Per cui esistono il dovere e il piacere come entità distinte, senza una zona di sovrapposizione fra esse? E questo approccio da chi lo interiorizzerebbe il ragazzino?

L'impatto dello stress dei genitori sul rendimento scolastico

Invece di ricorrere a discorsi educativi o allo psicologo che gli sistemi il figliolo, i genitori potrebbero iniziare a pensare seriamente a come stanno vivendo la loro vita. A quale modello di esistenza stanno offrendo allo sguardo del figlio. Ragionare così è salvifico per tutti. Non si tratta infatti di un “mea culpa” fine a se stesso. Un adulto piò analizzare con sguardo imparziale come ha impostato la sua vita e identificarne i limiti senza per questo sprofondare nel disfattismo.

Novantanove su cento il risultato di questa ricognizione porta a riconoscere che il proprio lavoro è un peso, e che il tempo libero è sempre troppo poco. Che la vita familiare è scandita da ritmi militari, che nella coppia ciascuno insegue affannosamente un brandello di tempo per sé, strappato alle mille incombenze. Che ci si è chiusi gli uni con gli altri, si è diventati avari di attenzioni gratuite. Che si cercano distrazioni più che passioni, magari fuori dal contesto familiare, ridotto al luogo delle responsabilità e degli ingranaggi complessi. Delle rotture di scatole e delle aspettative vincolanti.

I ragazzini sentono, capiscono e assorbono. Anche a loro viene da soffocare. Mille volte di più, perché non sono ancora rassegnati. Il loro “no” ai compiti assume allora il senso di un “no” alla vita triste, compressa, senza piacere dei loro genitori.

Società della performance e burnout: un ingranaggio stritolante

Questo passaggio è molto semplice ma difficile da vedere se si è cresciuti con la convinzione che il dovere è sempre al primo posto. Se si è aderito sia mentalmente che praticamente alla visione sacrificale della vita. Se anche in vacanza non ci si rilassa mai davvero, se ogni coisa che si fa viene ingombrata dalla performance o dal bisogno di primeggiare.

Quando l’abbandono al riposo scivola nel non fare assolutamente nulla, nell’inerzia inconcludente del drogato di lavoro, significa che si è dentro fino al collo in un ingranaggio stritolante. L’impiegato o il manager, una volta chiuso il pc, non si ricorda nemmeno il suo nome e si accascia sul divano in modo scomposto e triste. Chiamando quel rintronamento relax. Quella fiacchezza stanchezza.

Perchè un ragazzino, nell’intensità emotiva tipica della sua età, dovrebbe ambire ad un modello simile? Vista così la ribellione sembra più sana dell’ubbidienza. Più creativa, più vitale. Anche se resta sintomatica.

Come aiutare un figlio che non vuole studiare: empatia e onestà

Ricordiamo che i sintomi psicologici, nei quali il rifiuto scolastico rientra a pieno titolo, sono sempre bifronti: da un lato liberano, perché denunciano un problema. Dall’altro rappresentano una croce, perché sono auto invalidanti, sottraggono energia, fanno soffrire.

Nessun ragazzino che non riesce a studiare è davvero contento nel non fare i compiti, ma non può non rifiutarsi di farli. Ha trovato questo modo patologico di esprimere qualcosa che lui stesso non capisce, ma che sente dentro con forza.

L’unico modo di aiutarlo allora è prendere in esame come si vive e dirsi: <<ok, io non posso più tornare indietro, mollare il lavoro, cambiare radicalmente il modo in cui tiro avanti. Ma posso capire che non sono ridotto benissimo, che magari mio figlio potrà aspirare ad essere più felice e realizzato>>.

Esistono infatti, grazie al cielo, lavori che consentono di coniugare impegno e amore, dedizione e divertimento nel mentre li si fa. Così come, anche se non le abbiamo vissute, possono esistere relazioni affettive in cui il legame non si svuota, non si burocratizza, non si riduce al dentista e alla lista della spesa ma resta vibrante.

Ammettere le proprie frustrazioni, le storture del proprio vivere attuale, le costrizioni di gioventù che vi ci hanno condotto, non costituisce l’anticamera del suicidio o della crisi di identità ma un modo per decentrarsi dalla propria maschera e avvicinarsi al cuore pulsante di un ragazzino. Ancora aperto alla dimensione del sogno ma pericolosamente vicino a perdersi, al vivacchiare inconcludente come unica soluzione di quel nodo che lo stritola quando arriva l’ora dei compiti.

Abbassare le aspettative genitoriali e valorizzare i talenti naturali

Capire un ragazzino in crisi significa questo. Rimettersi in contatto con il ragazzino che siamo stati, con la nostra parte desiderante, andata piano piano incontro a mortificazione. Non necessariamente per risvegliarla in un patetico vagheggiamento fuori tempo massimo. Non si tratta di mettersi al suo livello, di fare cose insieme da ragazzi, magari invadendo i suoi spazi. Ma stare al proprio posto. Nel mentre si relativizzano le identificazioni rassicuranti della vita adulta e ci si ricongiunge al proprio cuore profondo. Ammettendo di non essere così felici e così riusciti.

La crisi emotiva del figlio costituisce allora l’occasione per un’integrazione psichica autentica. Parti di sé dimenticate, lasciate fuori dalla porta, vengono recuperate, in favore di un senso di consapevolezza davvero adulta, perduto nell’autoinganno.

Tutto ciò ha come ricaduta immediata un allentamento della tensione quotidiana. Una maggiore attenzione ai modi che si usano con l’altro, un lasciar correre una riunione o un appuntamento se in casa qualcuno ha bisogno di aiuto e di presenza.

Ma soprattuto si riaggancia un senso di prospettiva e di fiducia, appiattito negli anni sul piano della programmazione delle vacanze e degli investimenti economici. Si comincia a capire che il figlio farà le sue scelte, avrà una vita diversa, da non dover instradare nella triade liceo, università, lavoro prestigioso.

L’ansia in questo modo decade, le aspettative rientrano, la pressione recede. E il ragazzo può finalmente sentirsi libero di trovare il suo ritmo, non più forzato dall’altro. E magari cominciare a dare più spazio alle sue inclinazioni. Odia le lettere, la matematica, ma adora dipingere? Perchè non lasciare che dedichi una dose massiccia del suo tempo alla sua passione? Perchè non regalargli tele e colori? Perchè non investire così sulla sua felicità?

Si può stabilire una dignitosa sufficienza come traguardo scolastico, e poi lasciare campo alla creatività, quando esiste. Se invece il ragazzo ama uscire tutto il tempo e la socialità è il suo vero punto di forza, perché non pensare che un domani gli sarà più utile la vita di relazione pienamente vissuta rispetto a ore di sacrificio su materie che non gli dicono nulla?

Oltre i voti scolastici: autorealizzazione e accettazione di sé

Quando la nevrosi si risolve nella mente del genitore essa abbandona anche quella del figlio. La caduta dell’ideale della prestazione libera tutti. Non perché introduce alla filosofia del vivere alla giornata, ma perché riannoda le energie profuse al valore profondo della cosa a cui ci si dedica.

L’atto di spendersi per qualcosa assume un senso e offre un godimento, insieme. Auto realizzarsi, diventare se stessi. Questo cercano i ragazzi in crisi, sempre, al di là delle loro diagnosi cliniche.

Il rifiuto della società si radicalizza quando si spinge sull’adattamento e sull’uniformità allo standard. Se i ragazzi non si sentono sbagliati perché diversi, si percepiscono come unici. L’accettazione di sé li pacifica, aiutandoli a compiere qualche sforzo in più in termini di adeguamento alle attese sociali. Chi viene accettato è più propenso ad accettare.

Il punto non è fare meno, fare nulla, ma sperimentare un fare che offre pienezza, piacere, divertimento. Capire chi si è, cosa si vuole, e e credere in se stessi. Nella possibilità che si possa essere felici al di fuori delle vie di successo sbandierate dalla società.

Rapporto genitori figli

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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