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Crescere con un fratello malato: i danni psicologici che nessuno ti racconta e come riconoscerli

Dipinto in stile Van Gogh che mostra un bambino in piedi in una stanza luminosa, la cui ombra ha il profilo di un adulto, per simboleggiare l'identità celata di chi cresce con un fratello malato

La malattia di un fratello, soprattutto quando tocca la salute mentale, ha un impatto fortissimo sulla crescita e la strutturazione della personalità del fratello che condivide con lui lo spazio familiare.

In genere, le problematiche di natura psichica di una certa rilevanza emergono già in età infantile. L’esposizione alla turbolenza emotiva (che correla sempre le condizioni di disagio psichico) accompagna gli anni più formativi del carattere e dell’affettività del fratello così detto “sano”.

Come clinici, nelle storie che seguiamo in psicoterapia, abbiamo individuato una prevalenza schiacciante della problematicità emotiva nei figli primogeniti. I secondi, per motivi che possono trovare una spiegazione che ha dell’ovvio, in genere sono più protetti dal rischio di sviluppare sintomi psichiatrici.

Il ruolo del primogenito e le aspettative genitoriali

Non si tratta di una legge matematica, tuttavia la correlazione molto forte fra primogenitura e instabilità psichica è un fenomeno abbastanza noto a chi opera nel settore. Ma perché? Cosa accade al primo figlio di così pericoloso?

Purtroppo la risposta è sempre la stessa: essere l’oggetto privilegiato delle aspettative di genitori ancora profondamente immaturi e/o segnati da conflitti psicologici rimasti nell’ombra, non elaborati. Quando la personalità di un neo genitore è turbata da un disagio che non ha guardato a fondo e di cui non si è mai assunto la piena responsabilità si crea un humus enormemente insidioso per il primo figlio. Egli, coscientemente o meno, viene messo nella posizione di colui che dovrà ripagare il genitore dalle frustrazioni, renderlo felice o dare senso alla sua esistenza.

A volte, e sono i casi più pericolosi, questo genitore (di solito la madre) cerca nel figlio anche un partner “surrogato”, un oggetto sostitutivo per lenire l’inadeguatezza affettiva percepita nel compagno. L’arrivo del primo figlio è come una fascinazione abbagliante: egli è percepito come bellissimo, intelligentissimo, il migliore. Su di lui vengono proiettati sogni irrealizzati, talenti non messi a frutto, percezioni di sé non rispondenti alla prova di realtà.

L’esaltazione smisurata viene avvertita dal piccolo: egli ha poche chance di salvezza, data l’immaturità di giudizio propria della sua condizione, così egli non può che identificarsi alle proiezioni che gli piovono addosso, coltivando però silenziosamente un’inquietudine e un senso di inadeguatezza crescenti. La tematica narcisistica si consolida precocemente. Da un lato il ragazzino si convince di essere effettivamente speciale, non sviluppando il senso del limite e scivolando lentamente nella trappola della grandiosità, con esiti devastanti a livello scolastico o relazionale. Dall’altro si creano in lui delle falle, dei “buchi”, dei vuoti di senso che costituiranno i prodromi dei “crolli” psichici futuri.

Un’evoluzione di questo tipo non è certo lo scenario atteso dal genitore, per cui il figlio ideale si trasforma lentamente (ma inesorabilmente) in un figlio difficile da trattare, deludente, con un caratteraccio, ecc… Quella che era solo una sensazione nel figlio diventa certezza: così come sono non sono amato, non mi resta allora che creare disturbo. Volevano il genio? Lo avranno…

La sofferenza del secondogenito: compiacenza e depressione

Chiaramente la sofferenza psicologica tocca anche i secondogeniti, ma essa è di natura diversa. Intanto non comporta grave disadattamento, anzi, spessissimo il problema riguarda proprio un eccesso di conformismo o fuga nella normalità per scongiurare il rischio di assomigliare anche minimamente al fratello problematico.

I danni psicologici di crescere con un fratello malato sostanzialmente riguardano l’area della compiacenza emotiva. Al fratello (o ai fratelli più vicini di età quando ve ne sono più d’uno) si richiede espressamente o meno di non arrecare ulteriore disturbo. A volte è anche il ragazzino stesso a scegliere la via della “saggezza precoce”, proprio perché si guarda intorno e nel marasma generale decide che per salvare la situazione l’unica via sia quella del silenziamento delle sue esigenze più vitali.

Questi ragazzini possono crescere apparentemente senza problemi, vengono anche un po’ dimenticati tanto sono bravi e tranquilli, sempre responsabili e pronti a collaborare. Non da ultimo essi si debbono pure sorbire una buona quota di invidia e di rivalità da parte del fratello problematico. Non mancano comportamenti aggressivi, che riflettono un complesso di intrusione (tipico del primogenito) non superato.

Nella sua immaturità il fratello maggiore tende a dare la colpa del suo malessere all’arrivo del piccolo, che per altro crescendo si “comporta meglio” di lui, attirando le lodi dei genitori che una volta erano riservate solo ed esclusivamente a lui. Il secondogenito cresce dunque “schiacciato” dalla personalità ingombrante del primo, deve reprimersi per non creare ulteriori tensioni e subire pure ripetuti attacchi aggressivi, umiliazioni e rifiuti che possono durare fino alle soglie della giovinezza (intorno ai vent’anni).

E sono proprio i vent’anni a minacciare la stabilità emotiva di questi ragazzi; la scuola è finita, il fratello-problema ormai è consolidato nel ruolo di disturbatore della pace familiare e lui inizia a chiedersi chi è davvero, cosa vuole, tutte domande rimaste indietro e celate da un carattere fin troppo “buono”. Il problema principale che affligge è, a conti fatti, la depressione, da intendersi non come perdita di senso ma come “rinuncia” alla realizzazione piena di se stessi e delle proprie esigenze vitali.

Ben lontane dalla follia e dai suoi eccessi queste persone, rese molto sensibili e attente dalle circostanze complesse in cui sono cresciute, “implodono dentro”. Dopo anni passati a non dare fastidio a nessuno più o meno improvvisamente vanno in crisi, come a chiedere all’altro un po’ di quell’attenzione che era loro mancata. Alcuni si incistano nella posizione di rinuncia, di mimetismo conformistico o di perenne richiesta di essere visti dall’altro (che resta naturalmente sempre inevasa) mentre altri riescono a venirne fuori, magari grazie a una tempestiva richiesta di aiuto o a un lavoro introspettivo o ad amici e ambienti sociali esterni alla famiglia.

Come riconoscere i segnali e intraprendere un percorso di cura

Accorgersi che qualcosa non va costituisce sempre il primo passo per poter venire fuori da una condizione apparentemente senza uscita. Negli scenari descritti, soprattutto rispetto alle problematiche di “coartazione vitale” indotte dal contatto con un fratello malato, la sofferenza che emerge è molto profonda e le cicatrici restano difficili da cancellare.

Tuttavia, di solito un lavoro che punta all’elaborazione dei vissuti traumatici, al riconoscimento di sé e all’auto consapevolezza produce dei risultati spettacolari, in qualsiasi età della vita esso sia portato avanti. Questo perché il nucleo profondo della personalità in genere resta integro, quando non vanno a sovrapporsi ulteriori e gravi abusi.

Le persone hanno bisogno di concedersi il dolore e la rabbia negati troppo a lungo, hanno necessità di smettere di “essere buone e brave” e di accedere a un livello di “ribellione interiore” fondamentale per dare valore ai propri vissuti, senza sminuirli o peggio alimentarli con sensi di colpa inopportuni. Non si tratta di un lavoro emotivamente facile perché per molti soggetti con questi passati alle spalle mettere in discussione la famiglia, gli errori dei genitori e vedere nitidamente la propria posizione sacrificale risulta molto spiazzante.

Ognuno di noi ha necessità di far esistere dentro se stesso un genitore buono o una famiglia funzionale, anche quando in realtà nulla è andato per il verso giusto, se non per brevi sprazzi temporanei e non duraturi. Un fenomeno paradossale vede la vittima auto flagellarsi con auto accuse assolutamente non fondate; pur di mantenere l’immagine interiore di un contesto d’amore adeguato si preferisce sminuire se stessi o passare al vaglio mille volte la propria lettura dei fatti alla ricerca di una propria distorsione percettiva.

Invece purtroppo queste storie sono tutte tremendamente simili fra di loro; accedere alla rabbia non vuol dire lasciarsene invadere vita natural durante. Significa solo rimettere le cose in ordine, al loro posto, e liberarsi da macigni enormi tramite un movimento di espulsione, di condanna e di rigetto. Solo così è possibile incontrare le esigenze vere di se stessi, e poi poter fare qualcosa di soddisfacente della propria vita.

In caso contrario si resta vita natural durante schiavi dell’altro, dell’autorità padronale, dell’infantilismo che chiede ostinatamente amore là dove non lo troverà mai se non al prezzo dello sminuire la propria esperienza soggettiva. Il perdono troppo spesso è sbandierato dalla psicologia ufficiale come la panacea per tutti i torti subiti, quando esso invece altro non è che obbedienza al padrone e quindi resa, schiavitù soggettiva.

Poi si può scegliere di provare pena e compassione per l’inconsapevolezza e la debolezza dell’altro; essa però resta un’opzione libera, non è una tappa obbligata e in ogni caso il suo avvento deve essere libero da condizionamenti, arrivare cioè non per effetto di un’auto imposizione ma in base al serbatoio soggettivo (e quindi sempre variabile) di attitudine misericordiosa a lasciare andare gli affetti tossici.

Hai bisogno di supporto?

Se ti sei riconosciuto in queste dinamiche e senti il bisogno di affrontare questi danni psicologici, un percorso di psicoterapia può essere il primo passo per ritrovare te stesso e vivere una vita più autentica.

Non sei solo in questo. Se vuoi, contattami per una consulenza e potremo esplorare insieme come intraprendere un percorso di consapevolezza e cura.

Aiuto psicoterapeutico , rapporto fra fratelli

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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